Ecco il racconto di una dirigente scolastica su quanto successo venerdì 23 ottobre a Palermo.
Venerdì 23 ottobre, in una tranquilla mattinata di scuola, un terremoto ha messo alla prova le capacità delle comunità scolastiche di tenere sotto controllo la paura dei più piccoli e proteggerli da loro stessi, facendoli uscire ordinatamente dalla scuola senza nessun incidente.
È stata una prova di evacuazione non prevista che è andata molto bene in tutte le scuole con cui ho avuto modo di confrontarmi.
La scuola prende molto seriamente la sicurezza e la gestione delle emergenze e anche questa volta ha dimostrato di saper fronteggiare una criticità, come una scossa di terremoto del quinto grado della scala Richter. Tutto bene, quindi? Non del tutto, ecco cosa avrebbe potuto scrivere una dirigente alla fine della sua giornata di lavoro che si è protratta fino al pomeriggio inoltrato.
Il terremoto è stato gestito egregiamente dalla scuola, ma alcuni adulti, genitori, nonni, zii, non hanno saputo gestire il momento e hanno determinato quello che purtroppo avviene quando il panico prende il sopravvento. Traffico impazzito e bloccato, risse e aggressioni verbali.
In realtà bisognerebbe formare l’intera popolazione alle situazioni di emergenza perché molti adulti non hanno avuto la fortuna di frequentare la scuola da quando questa disciplina, l’educazione alla sicurezza e alla gestione dell’emergenza, è diventata la regola.
Ecco quindi, la cronaca del dopo terremoto di una dirigente scolastica di una scuola della città. Sarei potuta ritornare a casa serena oggi, rinfrancata dal fatto che l’emergenza sismica fosse stata gestita egregiamente dai docenti, dai collaboratori, da me. I plessi evacuati velocemente, le procedure applicate in maniera rigorosa ed efficace.
Invece torno a casa con le ossa rotte, senza un filo di voce e davvero sconfortata. Perché il vero pericolo che oggi abbiamo dovuto fronteggiare non è stata la scossa di terremoto delle 12:19, proprio no. Sono state le famiglie, non tutte, a onor del vero, ma molte: padri e madri e nonni hanno assediato gli edifici, congestionato il traffico, ostruito i cancelli di accesso alla scuola. Pretendevano la consegna dei figli senza alcun ordine, senza consentirci di verificare le presenze, senza riguardo per gli altri, per la situazione, per chi la stava gestendo. Ciascuno reclamava il proprio picciriddu.
Il corpo docente, i nostri corpi ad affrontare l’arroganza, la violenza verbale, l’irrazionalità di gente che, nel delirio di un panico comprensibile ma ingestibile, ci ha insultati, minacciati, nella convinzione di essere dalla parte della ragione, del giusto, del dovuto. “Chi minni futti, iu a pigghiari me figghia”. “No signora, non funziona così, dovete avere pazienza, dobbiamo completare i moduli di evacuazione, segnare il prelievo nel registro…”
Gli edifici della mia scuola hanno intorno, entrambi, spazi grandi, un bel giardino. I bambini sono al sicuro, seduti in cerchio, cantano una canzone, qualcuno è euforico, altri piangono spaventati, ma i docenti, e i collaboratori tutti sono lì, confortano, calmano, spiegano, sorridono, ci sono. Eppure, non basta, non basta.
Non basta chiedere loro di aspettare perché sono tutti e tutte al sicuro, non basta spiegare che le ulteriori misure di sicurezza comportano che la scuola abbia contezza di chi va via e di chi ancora rimane. Non basta intimare loro di andarsene. Non basta. Perché l’altra questione sono i cellulari: sono rimasti in classe, vanno recuperati, i ragazzi non possono stare senza cellulare tutto il fine settimana. “Me figghiu chianci,” ed effettivamente è così, ad un certo punto realizzo che la crisi di pianto di alcuni di loro non è legata al terremoto, ma al fatto che
manca loro lo smartphone, una ragazzina continua a ripetere “come faccio senza cellulare come faccio”. Si avvicina una madre che dice che io devo mettermi nei loro panni, come facciamo a combatterci senza cellulare, preside due giorni senza cellulare. No, mi dispiace cari signori e care signore, io non faccio entrare nessuno, ho sentito il responsabile della sicurezza che mi ha dato indicazioni cautelative e prudenziali e intendo seguirle. Tutti a casa, senza zaini e senza cellulari.
I ragazzi rientrano lunedì se tutto è ok. Non si discute. Non c’è smartphone che tenga, o iPhone da 1500 euro. E mentre si svolge tutto questo, un paio di mamme cominciano a correre verso la scuola, dribblando il collaboratore scolastico, entrano per recuperare il cellulare dei figli. I collaboratori le inseguono tentando di fermarle. Sembra un film, non credo ai miei occhi. E la questione finisce per diventare di ordine pubblico. Devo chiamare i carabinieri. Noi da soli non la possiamo gestire.
Siamo rimasti ostaggio di alcuni genitori che non volevano farci rientrare a scuola secondo le indicazioni del responsabile della sicurezza: trascorse due ore dalla scossa, monitorando gli aggiornamenti dell’INGV, saremmo potuti entrare brevemente, a tre a tre, per recuperare gli effetti personali. «Cà un trasi nuddu». E la scelta è sempre un bivio di lose lose (perdi perdi), perdi comunque e molto, in ogni caso. Fai il braccio di ferro, ingaggi l’escalation e ti accolli escandescenze, violenza, la possibilità di una rissa. Oppure aspetti che si stanchino, li prendi per sfinimento, come si dice qui. I tuoi nervi più saldi dei loro, il tuo controllo più pervasivo del loro, il tuo tempo non deve contare niente. Perso, perduto. E nemmeno quello delle forze dell’ordine che, sapendone molto più di noi, ci stanno vicine sino alla fine.
Torno a casa in auto. Sono quasi le 16, la città è vuota, Viale Regione è come d’agosto, l’asfalto veloce e caldissimo. Le scuole e gli uffici sono stati quasi tutti evacuati. Sono stremata dalla delusione, dall’amarezza. La mia testa continua a produrre immagini: un ragazzino pallido che piange sulla spalla della professoressa e non riesce a respirare per la paura, le migliaia di schegge delle vetrine sfondate sull’asfalto di Milano, le risate dei ragazzi dentro la microcar nera dopo aver colpito un ciclista a Testaccio, le urla e gli insulti tra i banchi di
Montecitorio.
Il completo fallimento della nostra generazione di adulti. Però ci sono i miei ragazzi, lunedì torneremo da loro ad ascoltarli.
Una precisazione doverosa: questi comportamenti non rappresentano l’intera comunità educante. Il rumore di alcuni finisce per coprire la correttezza silenziosa di tanti, il rispetto, la fiducia e la collaborazione di molte famiglie. La scuola educa bambine e bambini e speriamo, tramite loro, tutta la città. Meditiamo gente.
La Presidente Provinciale ANP Palermo
Anna Maria Catalano



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