Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Un curioso equivoco attraversa la politica europea: molti si proclamano sovranisti, ma pochi sembrano preoccuparsi davvero della sovranità.

Si agitano per le bandiere, discutono di confini, denunciano le ingerenze di Bruxelles e invocano il ritorno delle vecchie patrie. Poi, però, quando si tratta di energia, aspettano che qualcun altro apra un rubinetto. Possibilmente senza alzare troppo il prezzo e senza fare domande.

È un sovranismo piuttosto singolare: orgogliosamente indipendente nelle dichiarazioni, disperatamente dipendente nei fatti.

La questione energetica dovrebbe invece essere il primo capitolo di qualsiasi progetto politico europeo. Non il ventesimo, dopo le polemiche sulle quote, le procedure e le dimensioni delle zucchine.

I numeri, del resto, sono impietosi. L’Europa possiede appena lo 0,7% delle riserve petrolifere mondiali. Il Medio Oriente ne concentra quasi la metà. E una parte decisiva di quel petrolio passa attraverso lo stretto di Hormuz, un corridoio marittimo che, quando la geopolitica decide di trasformarlo in un’arma, può mettere in ginocchio mercati e governi anche a migliaia di chilometri di distanza.

Basterebbe questo per comprendere una verità elementare: un continente che non controlla le proprie fonti energetiche non è pienamente padrone del proprio destino.

Eppure, per anni, abbiamo preferito comportarci come se l’energia fosse una merce qualsiasi, disponibile sugli scaffali del supermercato globale. Abbiamo costruito un sistema industriale vorace di elettricità e combustibili, affidandoci alla generosità di Paesi che, comprensibilmente, fanno prima i loro interessi e poi, eventualmente, i nostri.

La Russia ci ha impartito una lezione. Il Medio Oriente ce ne sta impartendo un’altra. Non è detto che la terza arrivi da qualche altra parte del mondo. Ma sarebbe prudente non aspettarla.

La transizione energetica, dunque, non è una concessione agli ambientalisti. È una necessità strategica, industriale e soprattutto politica.

Le nostre città dovranno essere attraversate sempre più da automobili elettriche. I tetti delle abitazioni, degli uffici, dei capannoni industriali e degli edifici pubblici dovranno diventare superfici produttive di energia. Le pale eoliche dovranno trovare posto dove le condizioni ambientali e paesaggistiche lo consentano. Le reti elettriche dovranno essere modernizzate, gli accumuli potenziati, le interconnessioni europee rafforzate.

Ma soprattutto bisognerà avere il coraggio di pronunciare una parola che in Europa è stata trattata per troppo tempo come un’eresia: nucleare.

Non qualche centrale simbolica, buona per rassicurare i convegni e tranquillizzare i comunicati stampa. Un programma industriale serio, con centrali di grande dimensione, tecnologie di nuova generazione, piccoli reattori modulari dove economicamente e tecnicamente convenienti, formazione di competenze e una filiera europea capace di non dipendere sempre da qualcun altro.

Il nucleare non sostituisce le rinnovabili, così come le rinnovabili non sostituiscono il nucleare. Sono strumenti diversi, con caratteristiche differenti, che possono concorrere allo stesso obiettivo: produrre energia abbondante, stabile, competitiva e a basse emissioni.

Chi immagina di alimentare una grande economia industriale soltanto con il sole e il vento dovrebbe spiegare che cosa accade quando il sole tramonta e il vento si ferma. Chi immagina di affidarsi soltanto all’atomo dovrebbe spiegare perché rinunciare a fonti che possono essere prodotte diffusamente sui nostri territori.

La realtà, come spesso accade, è meno ideologica delle persone che ne discutono.

Servono tutte le tecnologie disponibili, purché sicure, sostenibili e convenienti. E serve soprattutto smettere di trasformare una scelta energetica in una guerra di religione.

Poi c’è una seconda questione, ancora più importante: le materie prime.

Possiamo anche riempire l’Europa di automobili elettriche, batterie, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e reattori nucleari. Ma se per produrre tutto questo dobbiamo dipendere da altri continenti per minerali, terre rare, componenti e tecnologie, avremo semplicemente cambiato il padrone della nostra dipendenza.

Ecco perché l’Ucraina rappresenta molto più di un problema militare e diplomatico. È anche una questione strategica europea.

Il Paese possiede risorse minerarie di enorme interesse industriale: grafite, titanio, litio, uranio e diverse materie prime critiche. Secondo il Consiglio dell’Unione europea, ospita giacimenti di 25 delle 34 materie prime considerate critiche dall’UE e circa il 5% delle risorse mondiali di questa categoria.

L’Ucraina, dunque, non è soltanto un Paese da difendere perché aggredito. È un potenziale partner fondamentale per la sicurezza economica e industriale del continente.

Naturalmente, le risorse non sono un bottino da spartire. L’Ucraina è uno Stato sovrano, con il diritto di decidere del proprio futuro. La sua integrazione europea deve essere un progetto di libertà, ricostruzione, sviluppo e reciproco vantaggio, non una semplice operazione di approvvigionamento minerario.

E poi c’è la Groenlandia.

Un territorio immenso, scarsamente popolato, collocato in una posizione decisiva nell’Artico e dotato di un potenziale minerario che interessa le grandi potenze. Non è un caso che Washington guardi con crescente interesse a quell’isola.

La Groenlandia non è una proprietà da acquistare e non è una terra da conquistare. È una comunità autonoma legata al Regno di Danimarca, i cui abitanti hanno pieno diritto di decidere del proprio destino.

Ma l’Europa farebbe bene a considerarla una priorità strategica. Non attraverso improbabili annessioni, bensì con investimenti, accordi industriali, cooperazione tecnologica e una partnership politica di lungo periodo.

La questione è semplice: se gli Stati Uniti, la Cina e la Russia guardano all’Artico come a uno spazio decisivo per gli equilibri del prossimo secolo, perché l’Europa dovrebbe continuare a considerarlo una cartolina geografica?

Il vero sovranismo europeo nasce proprio da questa consapevolezza.

Non consiste nel chiudere le frontiere, ma nel costruire le condizioni per non essere ricattabili. Non significa rinunciare alla cooperazione internazionale, ma poter cooperare senza essere costretti a subire. Non significa isolarsi, ma presentarsi al tavolo delle trattative con qualcosa in mano.

E questo qualcosa si chiama energia, tecnologia, industria, ricerca, materie prime e capacità produttiva.

C’è anche una conseguenza politica che non andrebbe sottovalutata. Un’Europa energeticamente autonoma sarebbe un’Europa più libera nelle proprie scelte diplomatiche. Potrebbe sostenere l’Ucraina senza tremare a ogni oscillazione del prezzo del gas. Potrebbe negoziare con il Medio Oriente senza la paura di restare al buio. Potrebbe affrontare la concorrenza americana e cinese senza consegnare preventivamente le chiavi della propria industria.

Naturalmente, tutto questo costa. Richiede investimenti, programmazione, ricerca e una classe dirigente capace di guardare oltre la prossima scadenza elettorale. Richiede anche di superare i particolarismi nazionali, perché una rete elettrica europea non si costruisce con diciassette strategie incompatibili e ventisette dichiarazioni solenni.

E richiede soprattutto una cosa che in politica sembra diventata rarissima: il senso della realtà.

Non possiamo pretendere di essere una potenza economica mondiale e continuare a comportarci come un condominio che aspetta la consegna del combustibile da un fornitore esterno.

La transizione energetica, se ben governata, può essere la più grande occasione industriale europea dai tempi della ricostruzione del dopoguerra. Può generare occupazione qualificata, innovazione, nuovi distretti produttivi e una nuova stagione di competitività.

Non sarà un percorso indolore. Non tutte le tecnologie avranno successo, non tutti gli investimenti saranno convenienti, non tutte le promesse verdi manterranno ciò che promettono. E non si può chiedere ai cittadini di pagare una transizione che impoverisca famiglie e imprese.

Ma l’alternativa non è la tranquillità. È la dipendenza.

E allora, forse, sarebbe il caso di aggiornare il vocabolario politico europeo.

Il sovranista del futuro non sarà quello che si indigna davanti a una bandiera straniera. Sarà quello che vuole pannelli solari sui tetti, centrali nucleari nella rete, pale eoliche dove servono, batterie prodotte in Europa, automobili elettriche competitive, materie prime assicurate attraverso partnership rispettose e un’Ucraina libera e integrata nell’Europa.

Sarà quello che capisce che la Groenlandia conta non per conquistarla, ma per costruire con essa un rapporto strategico.

E sarà quello che considera l’indipendenza energetica non un lusso ambientalista, ma una condizione della libertà nazionale e continentale.

Perché alla fine la questione è tutta qui: possiamo continuare a discutere di sovranità mentre aspettiamo che qualcuno ci venda il petrolio, oppure possiamo cominciare a produrre da soli una parte sempre maggiore dell’energia di cui abbiamo bisogno.

La prima strada porta alla nostalgia.

La seconda porta al futuro.

E, per una volta, sarebbe bello che l’Europa arrivasse puntuale.

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