Il passaggio di Isab a Ludoil ha cambiato il proprietario della raffineria di Priolo, non chi la rifornisce di petrolio. Su questo scarto il senatore Antonio Nicita, vicepresidente del gruppo Pd al Senato, ha depositato in Commissione Bilancio una nuova interrogazione al ministro dell’Economia e delle finanze “per fare chiarezza sul rapporto fra ISAB e Trafigura e sulle risorse pubbliche” impegnate attorno all’impianto, si legge nella nota.

Il contratto che resta

Ludoil Capital ha rilevato il 51% di Isab da Goi Energy dopo il via libera di Golden Power, Antitrust e Foreign Subsidies Regulation. L’enterprise value, cioè il prezzo convenzionale dell’intera azienda debiti compresi, è di un miliardo di euro. Il finanziamento arriva da BPER, UniCredit e MPS con garanzia Sace. Ludoil ha presentato un piano da 1,3 miliardi in cinque anni, con organico confermato e circa mille addetti in più per i cantieri.

Resta però in vigore il contratto con Trafigura. Secondo quanto riportato nel provvedimento dell’Antitrust, citato nella nota, dura fino al 2033 e affida al trader la fornitura del greggio e il ritiro di circa il 90 per cento dei prodotti. Nicita lo definisce “il trader che ne governa di fatto approvvigionamenti e vendite”. Sempre secondo l’Autorità, una rottura del rapporto avrebbe conseguenze economiche rilevanti per la raffineria, e Ludoil non è attrezzata come fornitore autonomo di greggio.

Il nodo non è solo dell’opposizione. Il 3 ottobre, a Siracusa, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha detto che gli stabilimenti sono oggi “in mani ancora più sicure, perché mani italiane”. Ha però ammesso che il nodo Trafigura è un problema e ha detto di contare “di risolverlo alla radice”, senza spiegare come. Il controllo azionario è italiano, l’autonomia sull’approvvigionamento no.

Perché Isab è un asset strategico

Il termine ricorre nell’interrogazione e conviene chiarirlo. Isab copre da sola circa un quinto della capacità di raffinazione nazionale, è il cuore del Petrolchimico siracusano e dà lavoro, direttamente e nell’indotto, a migliaia di famiglie tra Priolo, Melilli e Augusta. Quando un impianto pesa così sull’approvvigionamento del Paese, ogni passaggio societario diventa una questione di interesse pubblico e non solo un affare tra privati. Lo stesso Urso ha sostenuto che gli impianti di raffinazione sono “troppo pochi in Europa per garantire quell’autonomia” di rifornimento.

Il perimetro della trattativa

Il passaggio più tecnico dell’interrogazione riguarda la possibile revisione del contratto. Nicita cita notizie di stampa su una trattativa con Ludoil per rivedere le condizioni commerciali. Secondo il senatore, la trattativa “conferma” che “il nodo esiste e che il Governo non può restarne spettatore”, specie se riguardasse soltanto “la parte di espansione della capacità di raffinazione e non l’intero volume raffinato”.

L’esempio

Il senso, nella lettura che se ne può dare, si capisce con un esempio con numeri di fantasia. Oggi la raffineria lavora 100 barili al giorno e il contratto con Trafigura copre quasi tutta questa produzione, a condizioni fissate fino al 2033. Il piano di Ludoil prevede di riattivare unità oggi dismesse (distillazione primaria, desolforazione, solvent deasphalting, thermal cracking) per lavorare di più: poniamo 130 barili. Quei 30 in più sono l’espansione.

Se le nuove condizioni valessero solo per quei 30 barili, i 100 di oggi, cioè la parte più grande, resterebbero alle vecchie condizioni. Ludoil investirebbe per costruire la parte nuova, mentre la base produttiva continuerebbe a rendere come prima: secondo la tesi di Nicita, poco alla raffineria e molto al trader. Si potrebbe annunciare di aver rinegoziato con Trafigura e il nodo resterebbe intatto. Se invece le condizioni valessero per tutti i 130 barili, l’effetto sarebbe pieno. La domanda da porre è quindi quali volumi riguardi un’eventuale revisione.

Come funziona la garanzia pubblica

Per comprare Isab, Ludoil ha ottenuto un finanziamento da tre banche. Su quel prestito c’è la garanzia di Sace, lo strumento pubblico che assicura le banche sui grandi rischi di credito. In parole semplici: se chi ha preso il prestito non riuscisse a restituirlo, il rischio non resterebbe interamente alle banche ma toccherebbe a una struttura pubblica. Nicita chiede conferma di questa garanzia.

C’è poi un secondo tassello. Secondo notizie che il senatore richiama, nel 2023 Sace avrebbe già garantito un finanziamento a Trafigura da 500 milioni di dollari. Trafigura è la controparte del contratto con Isab. Per questo la nota parla del “doppio ruolo della garanzia pubblica”.

Il ragionamento è il seguente. La capacità di Ludoil di ripagare il prestito dipende dai margini della raffineria, e i margini dipendono dalle condizioni del contratto con Trafigura. Se quel contratto, come sostiene Nicita, “trasferisce sull’asset strategico il rischio d’impresa e lascia altrove la gran parte dei margini”, la garanzia sul prestito è più esposta di quanto appaia. Un esempio semplificato: è come se lo Stato garantisse il prestito di chi apre un negozio e anche quello del fornitore da cui il negozio dipende. Se il contratto di fornitura soffoca il negozio, il rischio torna comunque sullo Stato.

Da qui le domande al ministro. Nicita chiede quali siano gli accordi finanziari tra Sace e Trafigura e quale sia “l’insieme degli esborsi” di finanziamenti pubblici, o di società partecipate, a favore di Isab e del trader. Chiede inoltre se, nel concedere le garanzie, sia stata valutata “la sostenibilità di questo assetto per la finanza pubblica”. Il punto, scrive, è che “il Parlamento ha il diritto di sapere”.

Il Golden Power

Il Golden Power è lo strumento con cui il Governo può imporre condizioni, o bloccare, operazioni in settori ritenuti strategici. Su Isab ci sono prescrizioni di cui si conosce poco. Nicita riconosce che l’esercizio dei poteri speciali richieda riservatezza, ma ritiene che “non possa arrivare a impedire che si conosca almeno il tipo di obblighi imposti e chi ne sopporta il costo”. Chiede di conoscere “la natura delle prescrizioni, gli impegni finanziari che ne derivano e i soggetti chiamati a sostenerli”. La conclusione richiama la posta in gioco: a Priolo “sono in gioco il lavoro, la salute e il futuro industriale di un intero territorio”.