Un sacco di pasta, un’offerta, qualche ora di lavoro. Nelle parole del reporter Giacomo Palermo, era questo il volto della Provvidenza che per anni ha tenuto in piedi la Missione Speranza e Carità di fratel Biagio Conte. Il fotografo lo racconta in un’intervista di Daniela Salemi pubblicata da Capitalist.

Il primo incontro risale a circa quindici anni fa. All’inizio Palermo voleva soltanto documentare l’attività di Biagio Conte. Con il tempo quel lavoro è diventato altro.

«Da quel momento non ho più guardato fratel Biagio soltanto attraverso l’obiettivo. Ho sentito la responsabilità di raccontare l’uomo, prima ancora del personaggio, e di lasciare che la sua storia diventasse anche una parte della mia», spiega.

La foto della vigilia di Natale al Civico

C’è uno scatto che il reporter non riesce a dimenticare. Lo ha realizzato la vigilia di Natale, accanto a Biagio, in un reparto dell’ospedale palermitano.

«Lo scatto che più mi ha colpito è stato realizzato il 24 dicembre dentro l’Ospedale Civico di Palermo nel reparto di oncologia a un immigrato in fin di vita e mentre mi trovavo lì a scattare le fotografie insieme con Biagio sentivo un odore che ancora non dimentico».

Come si reggeva la Missione Speranza e Carità

Biagio Conte veniva da una famiglia di imprenditori. Ha gestito una grande quantità di persone e di risorse senza una vera struttura aziendale. Per Palermo il segreto era un altro.

«Biagio aveva compreso che non tutte le grandi organizzazioni si reggono sul denaro, sulle gerarchie e sui bilanci tradizionali. Alcune riescono a vivere perché generano un’enorme rete di fiducia. La sua impresa più grande non era amministrare risorse, ma mettere in movimento le coscienze. La Provvidenza, per lui, aveva spesso il volto di una persona che arrivava con un sacco di pasta, un’offerta, qualche ora di lavoro o semplicemente con la disponibilità a esserci».

E aggiunge: «Non era magia e non era improvvisazione: era una comunità che si assumeva collettivamente la responsabilità di non lasciare indietro nessuno».

Il valore sociale per ogni euro investito

Gli è stato chiesto quale metro di successo applicherebbe alla Missione. Il reporter parte dai parametri dell’economia, ma propone di cambiarli: «Non utilizzerei il profitto economico come indicatore principale, ma il valore sociale generato per ogni euro investito».

«In un’economia che misura il valore delle persone in base a ciò che producono, Biagio ci ha lasciato una domanda diversa: quanto vale una società se non è capace di prendersi cura di chi non può restituirle nulla?».

Il pregiudizio sulla scelta di Biagio

Con le sue foto, Palermo ha cercato di smontare l’idea che chi sceglie una vita da eremita o da missionario fugga dal mondo. «Non volevo raccontare un uomo fuori dal mondo, ma un uomo che aveva scelto di immergersi profondamente nelle sue ferite. Non un eremita isolato, ma un missionario che aveva fatto dell’incontro con gli ultimi la ragione della propria esistenza».

L’eredità e la fiction

Sulla fiction dedicata al missionario, il fotografo non giudica la fedeltà ai fatti. Indica un altro criterio: «Perché il vero successo di un racconto su fratel Biagio non è farci piangere davanti alla televisione, ma farci sentire meno indifferenti quando, il giorno dopo, incontriamo una persona che ha bisogno di noi».

Sul legame che resta dopo la morte di Biagio Conte, conclude così: «E forse il modo più autentico per non perdere Biagio è non lasciare soli quelli per i quali lui ha vissuto».