Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
L’ANTEFATTO – Quando il patriarcato passa dalle parole alle minacce
Tutto nasce da una serie di inquietanti messaggi di posta elettronica, firmati da un gruppo che si autodefinisce «Stato Maschile», riconducibile all’area dell’estremismo misogino e del nazionalismo russo.
Nelle comunicazioni, indirizzate anche ad aeroporti e istituzioni, gli autori minacciano attentati, annunciano esplosioni e invocano la fine di quello che definiscono il «regime femminista».
Un’indagine è stata avviata per verificare la provenienza dei messaggi e l’eventuale collegamento con ambienti estremisti internazionali.
Dietro la retorica delirante della restaurazione patriarcale si intravede un fenomeno tutt’altro che folcloristico: l’odio organizzato contro l’emancipazione femminile e i valori democratici.
Da qui la provocazione: che cosa accade quando nostalgici del patriarcato scambiano la libertà altrui per una dichiarazione di guerra?
Infatti c’è qualcosa di irresistibilmente comico nelle minacce dello «Stato Maschile».
Non tanto per il contenuto, che sarebbe materia da magistratura e da servizi di sicurezza, quanto per la solennità con cui un manipolo di nostalgici del testosterone sembra aver deciso di dichiarare guerra alla modernità.
Il comunicato è un capolavoro del genere. «Siete tutti complici di un complotto criminale. Vogliamo annientarvi per questo». Segue l’annuncio di esplosioni, aeroporti nel mirino, voli minacciati e, per concludere in bellezza, la promessa che il cielo diventerà rosso.
Non si sa se per il sangue o per la vergogna.
Il gruppo si autodefinisce «Stato Maschile». Una denominazione che ha già in sé una certa vocazione alla catastrofe. Nella storia, gli Stati hanno avuto eserciti, costituzioni, confini, persino ministeri. Questo sembra avere soprattutto un problema con le donne. E con la grammatica della civiltà.
È curioso che nel 2026 qualcuno senta ancora il bisogno di fondare uno Stato sulla superiorità maschile. Evidentemente non gli sono bastati i secoli precedenti. Hanno visto passare imperi, guerre mondiali, rivoluzioni, la caduta del Muro di Berlino, l’intelligenza artificiale e perfino i pantaloni a vita bassa. Ma loro sono rimasti lì, fermi al paleolitico, con la pretesa di essere una categoria costituzionale.
Il patriarcato, del resto, ha sempre avuto un problema con la democrazia: non sopporta che gli altri possano votare, parlare, scegliere e soprattutto dissentire. La libertà femminile gli appare come una provocazione personale. Una donna che decide autonomamente è, per questi signori, un attentato all’ordine pubblico. Una donna che non obbedisce è praticamente una dichiarazione di guerra.
La cosa più divertente, se non fosse inquietante, è che questi guerrieri della virilità sembrano avere bisogno di un aeroporto per dimostrare la propria potenza. Il maschio alfa, ridotto a spedire e-mail anonime, minaccia l’Europa da una tastiera. Achille aveva almeno una lancia. Oggi abbiamo il patriarca digitale, che combatte il femminismo con la posta elettronica e annuncia la fine della civiltà con un allegato.
Naturalmente non c’è nulla da sottovalutare. Le minacce vanno prese sul serio, gli investigatori devono fare il loro lavoro e la sicurezza dei cittadini non è materia da cabaret. Ma proprio per questo bisogna evitare di concedere a questi personaggi il privilegio della paura. La democrazia non deve diventare il pubblico terrorizzato della loro mediocre rappresentazione.
C’è poi un dettaglio che merita una riflessione. Questi messaggi arrivano in un’Europa che, con tutti i suoi difetti, ha costruito il più straordinario esperimento politico del dopoguerra: un continente che ha trasformato antichi nemici in partner, frontiere di sangue in frontiere attraversabili, nazionalismi bellicosi in istituzioni comuni.
L’Unione europea non è un paradiso. Ha burocrazie elefantiache, regolamenti che talvolta sembrano scritti da un comitato di notai in stato confusionale, governi che litigano sui decimali e una capacità di decidere che, in certe occasioni, farebbe perdere la pazienza anche a un monaco tibetano.
Ma ha una qualità che i suoi nemici non riescono a comprendere: riconosce che nessuno è proprietario della libertà altrui.
È questo il punto. La democrazia europea non pretende di produrre uomini perfetti, ma costruisce istituzioni affinché gli uomini imperfetti non possano trasformare le proprie ossessioni in leggi. Riconosce la dignità delle persone, tutela le minoranze, protegge la libertà di espressione e considera l’uguaglianza non una concessione del potere, ma un principio fondamentale.
La libertà delle donne, in questo contesto, non è una concessione del maschio illuminato. È un diritto. E non è negoziabile.
Forse è proprio questo che irrita i nostalgici dello «Stato Maschile»: scoprire che il mondo non è più organizzato intorno alla loro autorità. Che le donne non hanno bisogno di essere autorizzate a esistere. Che la parità non è una moda passeggera, ma una conquista di civiltà.
E che il futuro, spiace dirlo, non ha alcuna intenzione di chiedere il permesso al passato.
Quanto al cielo rosso, lasciamolo volentieri ai tramonti siciliani. Sono più belli, non minacciano nessuno e, soprattutto, non hanno bisogno di un comunicato stampa per farsi ammirare.
Lo Stato Maschile, invece, può tranquillamente tornare nella sua preistoria sentimentale. Magari con un piccolo aggiornamento del sistema operativo.
L’Europa, intanto, continui a fare quello che sa fare meglio: discutere, litigare, votare, correggersi, garantire diritti e difendere le proprie libertà.
È una forma di civiltà imperfetta, rumorosa e talvolta esasperante.
Ma ha un enorme vantaggio sui suoi aspiranti nemici: non ha bisogno di annientare nessuno per dimostrare di esistere.
E se questo è il complotto, confessiamolo: siamo tutti complici.
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