Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Ventiquattro anni fa, il mattino dell’11 settembre 2001 (primo pomeriggio i Europa), il mondo si svegliò convinto che sarebbe stato un giorno come tanti. 

Lo fu solo per poche ore. Poi gli aerei piombarono sulle Torri Gemelle e il secolo iniziò davvero, con il suo carico di violenza, terrore e incertezza. Quelle immagini – le fiamme, i corpi, la polvere che avvolgeva Manhattan – restano ancora oggi una ferita aperta, non soltanto per gli Stati Uniti, ma per l’intera civiltà occidentale.

Quel giorno non fu soltanto un attentato, ma un cambio d’epoca. L’Occidente, che credeva di avere vinto la Storia dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, scoprì di essere vulnerabile. Da quella scoperta nacque la politica del terrore: la guerra preventiva, l’ossessione della sicurezza, la logica dell’emergenza permanente.

Da allora, il mondo non è più lo stesso. L’Afghanistan e l’Iraq, invasi in nome della lotta al terrorismo, sono rimasti simboli di conflitti infiniti e di errori strategici. La promessa di esportare la democrazia si è infranta contro il ritorno dei talebani e la destabilizzazione del Medio Oriente. Nel frattempo, il terrorismo jihadista ha colpito Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles. L’11 settembre si è trasformato in una stagione senza fine, dove la paura è diventata uno strumento politico.

Oggi, ventiquattro anni dopo, ci troviamo di fronte a un mondo che sembra ancora più fragile. La guerra in Ucraina ha riportato in Europa il conflitto che credevamo relegato al passato. La tensione permanente in Medio Oriente, con il dramma palestinese irrisolto, continua ad alimentare odio e radicalizzazione. Gli Stati Uniti, usciti vincitori dalla Guerra fredda, sono oggi impegnati in una nuova sfida con la Cina, che non è più ideologica ma tecnologica, economica e geopolitica.

Eppure, la minaccia più grande non viene dagli aerei dirottati, né dai missili nucleari. È la minaccia silenziosa del cambiamento climatico, che erode terre, devasta economie e semina disuguaglianze. È la fragilità digitale di un mondo che può essere messo in ginocchio da un blackout informatico. È la frattura interna delle democrazie, logorate dal populismo, dalla sfiducia e dall’erosione dei legami sociali.

L’11 settembre ci insegna che nessuna civiltà è al sicuro se abdica alla responsabilità. Allora rispondemmo con la forza militare; oggi dobbiamo rispondere con la forza della politica, della cooperazione, della lungimiranza. Non c’è sicurezza senza giustizia, non c’è pace senza equità.

Il ricordo delle vittime – padri, madri, figli, lavoratori, soccorritori – non è soltanto un rito di memoria. È un richiamo alla nostra epoca: ogni vita quotidiana può spezzarsi in un istante, ogni certezza può crollare in una manciata di secondi. La vulnerabilità è il nostro destino, ma anche la nostra occasione. Se accettiamo di essere fragili, possiamo costruire un mondo più giusto; se pretendiamo di essere invulnerabili, ripeteremo gli errori di ieri.

Ventiquattro anni dopo, il compito della politica è chiaro: non governare con la paura, ma con la responsabilità. È questa la lezione che l’11 settembre ci affida, e che ancora aspettiamo di tradurre in realtà.

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