Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

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Sembra che in un’intervista il ministro Giuly abbia definito il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, un personaggio alla Ciccio Tumeo, l’organista compagno di caccia di Don Fabrizio nel Gattopardo, un nostalgico che non si adegua ai tempi moderni, al nuovo corso, di cui l’elegantone dandy Giuly è l’esponente più in vista, dopo però il caso Boccia-Sangiuliano. Il ministro in carica non si ricorda che non fu scelta primogenia, ma toppa di accomodo. Etichettandolo cosi, come il musico di Donnafugata, feudo principale dei Salina, pur dandogli affettuosamente del fratello, lo reputa un parente che sbaglia, nella sua visione romantica e non corrispondente ai tempi, per il caso del padiglione russo alla Biennale. La capa, Giorgia, ha troncato, in tutta fretta, i rapporti con i russi e costui, per quanto intellettuale indipendente d’area, non obbedisce? Ed in questo i Fratelli d’Italia si schermano dietro ai commissari europei, mai amati, addirittura. Per il principio di Olimpia, zona franca durante ke guerre, il presidente della Fifa Infantino ritiene che l’Iran, paese fomentatore del terrorismo, debba poter partecipare ai mondiali di calcio negli Stati Uniti. Se ha questo potere salvifico il pallone dovrebbe, a maggior ragione, averlo l’arte ritiene Buttafuoco. Ma questo infastidisce il potere, come lo faceva Dario Fo, che proprio per questo prese il Nobel, non certo per piaggieria. Giuly dovrebbe considerare un altro monumento siciliano, del grande Giovan Battista Basile, il teatro Massimo di Palermo.  Sul frontone neoclassico del teatro campeggia una frase: L’arte educa i popoli e ne rivela la vita. A questo serve l’arte e fa bene a servirsene come strumento educativo la Biennale. E chi deve essere educato? Il sapiente o l’ignorante?

Non possiamo credere che Giuly non abbia letto attentamente il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa,  ma possiamo scusarlo, per questa infausta citazione, solo in quanto non siciliano. È chiaro per noi tutti siciliani, come Pietrangelo Buttafuoco, che la figura di Ciccio Tumeo incarnava perfettamente il pensiero personale,  storico e politico, di Tomasi di Lampedusa. Don Ciccio Tumeo era trattato da pari, rispetto agli altri personaggi di Donnafugata, dal Principe, personaggio orgoglioso e arrogante a tratti. E lo era proprio per la sua chiara onestà intellettuale, nonostante il non eccelso livello sociale. Tale è il livello di confidenza con il Principe di Salina che a lui si rivolge per prendere informazioni sulla ragazza che voleva accasare con suo nipote Tancredi, la bellissima Angelica. Ed è talmente onesto l’organista che invece di essere ipocrita addirittura contesta Don Fabrizio, facendolo alterare, per uno sposalizio non degno. Tumeo non era il classico corridore che cerca di saltare sul carro vincente, come lo sono gli italiani, ed i siciliani in particolare, tutt’altro. Lui era un uomo d’onore nel senso migliore, che conosceva la riconoscenza, nei confronti di chi lo aveva fatto studiare e sosteneva la sua famiglia,  e dubitava fortemente dei piemontesi e di quella che riteneva un’iniqua Unità d’Italia. E se si considerano i divari di infrastrutture, servizi e reddito pro capite, nessuno ha più ragione di Ciccio Tumeo. Il quale disprezzava i parvenù, che sopravanzano in calzoni ben stirati, cravatte inamidate  e bretelle supponenti, ad osannare il potere caduco nel consueto o tempora o mores. Tale era il Calogero Sedara, neo arricchito in forme dubbie, o come lo possono essere color che si ammantano di nobili virtù intellettuali, senza aver titoli di studio di livello scientifico o talenti espressi urbi et orbi. O come lo poteva essere il Tancredi Falconeri, nipote di Don Fabrizio, che in zona Cesarini era diventato camicia rossa per avere un posto a tavola nel nuovo ordine del potere. Da questo punto di vista Buttafuoco, che si ostina come un vecchio druido della cultura a considerare che l’arte educa i popoli alla bellezza, aprendo a tutte le nazioni le porte salvifiche della Biennale di Venezia, non è certo un parvenù, che rifugge i suoi principi per convenienze sociali. E da siciliano dell’interno la figura di Tumeo, libero pensatore, a Buttafuoco, molto prima di Giuly di fulgida e coerente coscienza di destra, scommettiamo che piaceva e piaccia ancora assai, come a Tomasi Principe di Lampedusa. Perché noi siciliani, villici o nobili, ci riteniamo tutti principi, di animo e schiena.

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