Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Messina è una città che ha conosciuto l’abbandono, la retorica, il dissesto morale prima ancora che finanziario. Dopo la stagione dei partiti evaporati nel vento di Tangentopoli, qui non è rimasto molto: macerie amministrative, clientele senza più padrini, una rassegnazione che sapeva di stanchezza antica. In quel vuoto si sono infilati uomini che hanno promesso una cosa semplice: normalità.
E la normalità, va detto, è arrivata. Le strade più pulite, il decoro rimesso al centro, autobus che passano, acqua che scorre. Non è poco, in un Paese dove spesso non funziona nemmeno l’ovvio. De Luca prima, Basile poi, hanno interpretato il ruolo del sindaco come quello del capocantiere: ordine, disciplina, risultati misurabili. Hanno restituito ai messinesi la sensazione che il Comune non fosse più un relitto.
Ma governare una città non è soltanto amministrarla. Un sindaco non è un ragioniere con fascia tricolore. Una città non è un’azienda municipalizzata. È un organismo vivo, fatto di relazioni, ambizioni, paure, interessi divergenti. E chi la guida non deve solo tappare le buche – materiali e metaforiche – ma tracciare una direzione.
Qui si apre il problema.
Perché se l’“eccellenza dell’ordinario” è un merito, l’assenza di visione è un limite. Messina non può vivere di sola manutenzione. Non può accontentarsi di funzionare. Deve sapere dove vuole andare. Deve costruire relazioni solide con Palermo, con Roma, con Bruxelles. Deve attrarre investimenti, talenti, opportunità. Deve smettere di parlare soltanto a sé stessa.
La politica relazionale – quella che crea ponti invece di alzare muri – non è un orpello salottiero: è la condizione per non restare ai margini. Isolarsi può dare l’illusione dell’autosufficienza, ma alla lunga presenta il conto. Una città che non dialoga si rimpicciolisce, anche quando brilla di pulizia.
La libertà di cui tanto si parla non è solo ordine ritrovato. È possibilità. È apertura. È futuro.
E allora la questione non riguarda simpatie personali o bilanci in pareggio. Riguarda l’idea di città che i messinesi hanno di sé. Vogliono una Messina efficiente ma chiusa nel perimetro dell’ordinario? Una città che funziona, ma non incide? Oppure vogliono una comunità che, oltre a garantire servizi decorosi, abbia l’ambizione di contare, di pesare, di inserirsi nei giochi più grandi senza complessi né solitudini?
In fondo, la domanda è semplice e non ammette furbizie: ai messinesi basta la buona amministrazione, o chiedono anche una visione capace di portarli oltre l’ordinaria eccellenza?
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