Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Aurora Quattrocchi, attrice palermitana, zitta zitta, mutu mutu cu sape u joco, vince il David di Donatello come attrice protagonista nel film Gioia mia. Aurora nasce con Scaldati, attrice di teatro che ha superato gli 80 anni, eppure vince e stupisce, con la serena consapevolezza di chi in questa città dice e ridice: u vero teatro, a casa mia.
Perché Palermo è un enorme teatro a cielo aperto, in cui ognuno mette una maschera e si finge qualcun altro, in cui la realtà supera la fantasia e la verità è relativa, può essere una, nessuna o centomila. In cui il notabile pensa di essere re, ma pure il miserabile al centro della strada non si sposta perché pensa di esserne il padrone.
Aurora ha fatto tanti film e tanti spettacoli, ma da ignorante peggio di uno ‘gnuri io non la conoscevo. L’ho conosciuta per il Pranzo di Natale dei poveri della Comunità di S. Egidio alla Gancia. Ad un certo punto dopo aver fatto entrare centinaia di disagiati di varie etnie, da nigeriani a kossovari, nella stanza in cui facevo servizio entra questa signora un po’ agè, vestita con eleganza e con un passo deciso. Lei ci tiene a precisare che lei non è povera e nemmeno bisognosa, che lei è un’attrice famosa, con tante interpretazioni all’attivo, da Mery per sempre ai Cento passi, che però preferiva passare il Natale lì piuttosto che con altri, per riservatezza non disse nulla sui famosi altri. Ma certamente contenta e felice non era, se aveva fatto questo gesto abbastanza estremo. Perché a Palermo se teniamo ad una cosa è proprio la faccia, quella che per gli attori è il principale strumento di lavoro, e sedersi in mezzo a poveri senza tetto, a immigrati senza assistenza, a persone malate o con varie disabilità, senza appartenere a queste categorie è un gesto decisamente fuori dall’ordinario. Ad un certo punto mi chiesi se lei non fosse lì per studiare una parte in un prossimo film, con un metodo alla Actors Studio di Elia Kazan, utilizzando le tecniche di Lee Strasberg come Marlon Brando o Jane Fonda. Ma forse il suo vero bisogno, la sua necessità, era di umanità, di un autentico calore umano senza filtri e senza sconti che solo in un posto come quello uno può trovare. A volte purtroppo quel calore che il Natale dovrebbe regalare non lo trovi nelle tavole imbandite, con le posate d’argento e i bicchieri di Sevres, in mezzo a parenti ed affini, figli e nipoti, cognati e suocere. Tantomeno nei ristoranti rinomati prenotati dagli amici delle occasioni speciali. Lo trovi tra gente sconosciuta, con molti denti mancanti che rendono difficile la masticazione, con linguaggi a volte incomprensibili, ma con un senso di esseri perfetti nella loro umanità nuda e cruda, tra lasagne ormai fredde e forchette di plastica, che accolgono con gioia quel che passa il convento, anche se come potete immaginare la fatica ed il lavoro che c’è per fare passare un Natale di gioia e di comunità a centinaia di persone. Aurora è rimasta per tutto il pranzo, parlando disinvoltamente, ma con un tono di sussiego, con i suoi commensali e con i volontari, facendo capire chi era ma insieme accettando gli altri da se. La guardavo stupito, come fosse una recita, ma la differenza spesso tra il teatro e la vita reale è sottile come un capello. Se gli dovessi dare un Oscar glielo darei per quel pranzo di Natale, che sembrava con lei quello di Babette.
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