Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Possiamo dare una data certa della “finzione” fiscale
dell’Autonomia siciliana. E questa data è il 2013 quando i paesi europei, tra
cui l’Italia, firmarono il cosiddetto Fiscal Compact. Da quel momento in avanti
bilanci e politiche fiscali sono stare messe sotto controllo dall’Europa, ed i
margini di manovra sono residuali e comunque da contrattare. Lì, non potendo
l’Italia derogare anche volendolo, e per decenni non ha voluto, è di fatto
finita la possibilità di attuare molte delle norme fiscali e finanziarie dello
Statuto siciliano, relativamente ad accise ed altre entrate fiscali prodotte in
Sicilia. Ricordiamo che la Sicilia “campa” non dagli esigui trasferimenti da
parte dello Stato centrale, ma grazie a parte, spesso variabile in diminuzione,
delle entrate fiscali isolane. Questo nei decenni ha generato diatribe e
contenziosi con il ministero del Tesoro, con cause presso la Corte
Costituzionale, per tentare, spesso temerariamente, al di là del merito dei
diritti statutariamente richiesti, di risollevare le cassi esangui, ed esauste
per demeriti, del bilancio regionale. Per anni avendo sostenuto spese
improduttive, ed avendo un enorme costo del personale diretto, ma soprattutto
indiretto, il bilancio regionale è diventato rigido ed asfittico. Le spese
obbligatorie, per costi fissi, e quelle per il servizio ai debiti contratti
negli anni si mangiavano quasi tutto il bilancio. A questo si aggiungeva la
maggior compartecipazione al fondo sanitario a causa anche del piano di
rientro, lunghissimo e sostanzialmente vessatorio. Il margine di mobilità del
bilancio regionale per anni è stato di circa 500 mln, spesa corrente gestibile,
che parametrandolo a 5 mln di siciliani è molto poco. Inoltre le nuove norme di
trasparenza dei bilanci pubblici misero a nudo debiti fuori bilancio e deficit
tra entrate ed uscite non solo della Regione ma anche degli enti collegati. Il
deficit nel 2013 che ereditò dalle gestioni precedenti il governo Crocetta che
aveva vinto le elezioni era di 5 mld. Fu l’inizio di una serie di politiche di
rigore e controllo della spesa, di rinegoziazione dei mutui, e soprattutto di
transazioni con lo Stato sui contenziosi legati alle entrate delle imposte.
Questo avvenne soprattutto con la gestione dell’assessorato economia del
pragmatico toscano Baccei, che non essendo siciliano non era edotto dei nostri
vizi primari, la spesa per il consenso elettorale e la velleità del pidocchio
che tossisce facendo la voce grossa, ma non ottenendo nulla, con lo Stato. Quelle
varie trattative con il ministero del Tesoro, molto arcigno avendo al controllo
degli enti locali un siciliano emigrato, pignolo e diffidente, conoscendoci,
originario di Fondachelli Fantina. Queste transazioni, con rinunce a ricorsi,
hanno per effetto di trascinamento negli anni, non solo azzerato il deficit tra
entrate ed uscite, ma oggi hanno creato, anche per l’aumento del Pil in
particolare nelle annate 2023 e 2024, realizzato un avanzo primario che
collegato alla diminuzione degli interessi sui debiti ci risolleva l’asfittico,
sin qui, bilancio regionale.
Finora questo tesoro di eventuale spesa non è stato operativo,
in quanto non avevamo parificato, con connesse impugnative, molti bilanci
andati sotto osservazione della Corte dei Conti, in particolare nella
precedente legislatura, e solo oggi è disponibile. Possiamo dire che la strada
obbligata dalle norme europee e statali, la pragmaticità di estrazione non
siciliana, la continuità di queste politiche di bilancio iper controllate dal
Mef, ha dato i suoi frutti. A questo si aggiunge l’aumento in Sicilia del Pil
sopra la media italiana, derivante però non da politiche strutturali, ma
dall’aumento del comparto edilizio, anche a seguito del 110% sugli immobili, ed
ad alcune opere del PNRR. La sfida oggi è sugli investimenti capaci di produrre
ricchezza strutturale, sui comparti dell’agroalimentare e del turismo, i quali
hanno entrambi bisogno di logistica, trasporti e soprattutto acqua. Inoltre
bisognerebbe dotarsi di un New Deal energetico, viste le nostre
caratteristiche, ma regioni a bassa intensità solare del nord fanno più numeri
di noi, e su questo dobbiamo capire come recuperare, in particolare su
agrivoltaico diffuso, che aiuti anche le aziende agricole, e sulle comunità
energetiche. E soprattutto dobbiamo investire nel miglioramento, ancora
lontano, del ciclo dei rifiuti.
Le categorie produttive questo lo sanno bene. Lo sa anche la
politica regionale? O deve ancora assumere persone, amici e parenti, in
comparti improduttivi? Non dipendere più dal consenso malefico e clientelare è
la vera sfida di Autonomia.
Luogo: Isola, Via G.Matteotti, 1, SICILIA
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