Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

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Non uno, non due, ma tre atti intimidatori. Il primo può sorprendere, il secondo è un monito a chi ci deve difendere, il terzo ci riguarda come comunità. Che c’entriamo noi palermitani? C’entriamo, eccome se c’entriamo. Se fosse stato colpito un bar per tre volte a Bologna o Milano, ma anche a Napoli o Bari, la cittadinanza, le forze sociali, le associazioni di categoria, la cosiddetta società civile, sarebbe scesa in piazza, avrebbe presidiato il tribunale o la prefettura, ci sarebbero state delle fiaccolate, avrebbe dimostrato il proprio rifiuto e sdegno per una gestione integralmente criminale del territorio e per l’assenza della tutela dello Stato.

Invece noi palermitani niente, nulla, non un moto di orgoglio o rabbia, solo una indifferenza letale. Magari condita da frasi come “se la stanno prendendo tra loro”, “sciarra tra famiglie”, “lo ZEN è cosa loro”, tutte frasi per nascondere la nostra ignavia palermitana. Per Dante gli ignavi erano i peggiori occupanti dei gironi infernali: <<Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.>>

Noi palermitani non abbiamo misericordia di un’attività produttiva dal nome dolce e accattivante, Cherì, anzi spesso quando qualcosa funziona, produce, sentiamo altro, la famosa “raggia”, invidia, ma soprattutto il sentimento di giustizia non ci anima. Pertanto Cherì, il frequentato bar dello ZEN, dopo aver riparato i suoi condizionatori bruciati, ha dimostrato di rialzarsi, ma la raffica di kalashnikov dice altro “state lontani voi avventori che rischiate anche voi”.

Se Palermo avesse un’anima dovrebbe invece circondarlo il suo Cherì, dovrebbe comprare più dolci, bersi 7.000 caffè, mangiarsi più crostini e ravazzate, dovrebbe fare lì il suo festino di Santa Rosalia, ordinando centinaia di teglie di sfincione, per liberarci dalla nostra peste, che affligge la nostra anima, l’indifferenza.

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