Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Ma alla fine, a chi conviene?
Ai Mondiali americani del 1994 successe una scena che allora sembrava quasi una curiosità folkloristica e oggi invece pare una profezia. L’arbitro, pronto a fischiare l’inizio della partita inaugurale, rimase fermo ad aspettare un ordine invisibile: prima doveva finire la pubblicità in tv. Solo dopo il pallone poté iniziare a girare.
Era il vero battesimo dello sport moderno: non più il gioco attorno a cui girano i soldi, ma il gioco piegato ai soldi.
Quel Mondiale fu una tortura. Trentacinque, quaranta gradi. Umidità tropicale. Partite all’ora di pranzo, quando pure i cani cercano un angolo d’ombra. Ma in Europa era sera, gli ascolti salivano e gli sponsor pagavano. Tutto il resto — giocatori distrutti, collassi, partite trasformate in traversate nel deserto — passava in secondo piano.
Trent’anni dopo, a Parigi, Jannik Sinner si è piegato al caldo durante un match che aveva praticamente in mano. Ha finito la partita più per orgoglio che per energie. Cerúndolo, dall’altra parte della rete, ha evitato perfino di esultare. Nel tennis, quando vinci contro uno che è cotto fisicamente, non c’è davvero molto da festeggiare.
Eppure non cambia niente.
I tennisti protestano da anni. Calendari assurdi, viaggi continui, tornei interminabili, partite fissate a orari senza senso pur di accontentare televisioni e sponsor. Ma lo sport professionistico ormai da tempo non ragiona più pensando agli atleti: ragiona pensando ai soldi.
Cui prodest? A chi conviene?
Di sicuro non agli atleti. Nel calcio i giocatori chiedono pause mentre continuano a inventarsi nuovi tornei. Mondiali più grandi, competizioni ogni due anni, tournée intercontinentali vendute come progresso. È spuntato pure il Mondiale per club, che nessuno sentiva davvero il bisogno di avere ma che tutti dovranno fingere di adorare perché porta soldi.
Nella pallavolo aumentano Europei e Mondiali. Nel tennis si spremono i campioni fino all’ultima goccia. In ogni sport il meccanismo è sempre lo stesso: più eventi, più diritti tv, più sponsor, più soldi. E se gli atleti crollano, se i muscoli mollano, se le carriere durano meno, pazienza. Sostituire le persone costa meno che rallentare il business.
Lo chiamano progresso. Ma somiglia molto di più a una catena di montaggio.
La verità è che lo sport non è più il centro di tutto: è diventato una miniera. Gli atleti scavano, le televisioni incassano, il pubblico consuma. Tutto deve produrre senza sosta: partite, highlights, streaming, contenuti, engagement. Riposarsi è visto quasi come una colpa. Andare piano è roba vecchia.
E alla fine lo sport assomiglia sempre di più al mondo fuori dagli stadi. Anche lì si lavora di più, si corre di più, si vive peggio. L’efficienza è diventata una specie di religione feroce che pretende sacrifici continui ma guai a chiamarli così.
Per questo vedere due dei migliori tennisti del mondo cedere fisicamente non è solo una notizia sportiva. È quasi una metafora.
Se non reggono loro, che sono costruiti per resistere a tutto, figurarsi noi…
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