Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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A Messina si vota, ma il vero risultato potrebbe arrivare dopo.

Le parole di Matilde Siracusano non sono soltanto una denuncia politica: nel clima già teso della campagna elettorale messinese, suonano come l’incipit di uno scenario ben più dirompente. Un avvertimento, certo. Ma anche, per qualcuno, una previsione.

Nel suo affondo, la sottosegretaria mette in discussione la legittimità dell’impianto elettorale, puntando il dito contro il sistema delle liste riconducibili a Sud chiama Nord e contro quella che definisce una forzatura normativa. Il punto centrale è chiaro: troppe liste, troppe anomalie, un precedente che potrebbe trasformarsi in un boomerang istituzionale.

E se quel boomerang tornasse davvero indietro?


Il giorno dopo la vittoria


Immaginiamo lo scenario. Il candidato di Cateno De Luca, Federico Basile, ottiene un successo netto, forse persino travolgente. Una vittoria costruita anche grazie alla moltiplicazione delle liste, a quella “architettura elettorale” che ha già fatto discutere prima ancora dell’apertura delle urne.


Messina incorona il suo sindaco. Ma la partita non è chiusa.


Nei giorni successivi, partono i ricorsi. I tribunali amministrativi vengono investiti della questione. Le tesi sollevate da Siracusano trovano spazio nelle aule giudiziarie: firme, esenzioni, simboli replicati. Il voto, si sostiene, sarebbe stato alterato alla radice.

E poi arriva il colpo di scena: annullamento.


Il paradosso perfetto


A quel punto, la vittoria si trasformerebbe in un’arma politica. Non più (o non solo) un successo amministrativo, ma un capitale negoziale.

Per De Luca, il politico di Fiumedinisi, sarebbe una sorta di paradossale apoteosi. Senza governo stabile a Messina, ma con un consenso certificato – e “negato” – diventerebbe il simbolo di un territorio privato della propria scelta.


Una narrazione potente. Spendibile.


Con le elezioni regionali e, poco dopo, quelle nazionali all’orizzonte, il leader di Sud chiama Nord potrebbe sedersi ai tavoli che contano non più come outsider rumoroso, ma come ago della bilancia. Portando in dote una città intera, o meglio, il suo voto sospeso.


Dopo il PNRR, il vuoto


C’è poi un altro elemento, meno immediato ma decisivo. La stagione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza volge al termine. Le risorse straordinarie che hanno alimentato progetti, cantieri e narrazioni amministrative iniziano a esaurirsi.

In questo contesto, l’annullamento del voto rappresenterebbe una via d’uscita perfetta. Non più la necessità di dimostrare, numeri alla mano, la continuità di un’azione amministrativa “sublime”, ma la possibilità di spostare il terreno di gioco: dalla gestione alla rivendicazione politica.


Dal fare al pesare. Una crisi utile


Nel caos istituzionale, De Luca potrebbe costruire una nuova centralità. Non più solo sindaco (o ex sindaco), ma leader territoriale indispensabile. Un interlocutore obbligato per chiunque voglia governare la Sicilia.


Il prezzo? La stabilità di Messina.


Perché mentre i leader trattano, la città resterebbe sospesa: tra commissariamenti, nuove elezioni e un clima di incertezza permanente. Una democrazia che riparte da zero, ma con cicatrici profonde.


La pelle dei messinesi


È qui che la fantapolitica si avvicina pericolosamente alla realtà. Perché lo scenario ipotizzato, per quanto estremo, poggia su elementi concreti: norme controverse, tensioni politiche, equilibri fragili.

E soprattutto su una verità semplice: nelle grandi manovre, il rischio è sempre lo stesso. Che a pagare siano i cittadini.

Messina, ancora una volta, potrebbe diventare terreno di scontro e merce di scambio. Non più protagonista del proprio destino, ma pedina di una partita più grande.

E forse è proprio questo, più dell’annullamento in sé, il vero nodo sollevato dalle parole di Siracusano: non solo il dubbio sulla regolarità del voto, ma il sospetto su ciò che potrebbe accadere dopo.

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