Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Non stiamo ovviamente parlando di Utopia, il saggio
di Sir Thomas More, poi canonizzato santo nel 1935 da Papa Pio XI, Santo
Patrono di politici e avvocati. Ma di quel normale rapporto che dovrebbe
sostanzializzare la governance e la gestione politica della cosa pubblica.
Essendo public commons, beni comuni, sono di tutti, come pubbliche
sono le istituzioni, essendo ormai decaduto l’esercizio regale per diritto
divino. Ormai le residue monarchie hanno ranghi di costituzionalità,
sicuramente in Occidente, ma anche in gran parte del mondo. Dietro,
teoricamente alla base, della gestione pubblica ci vorrebbe una visione etica.
Thomas More, umanista e Lord Cancelliere del Re Enrico VIII, l’aveva e incarnandola
profondamente venne, opponendosi al Re, mandato alla Torre di Londra, dove
successivamente fu condannato a morte. Ma anche in Sicilia abbiamo molti martiri,
che in considerazione di principi etici furono condannati, non da poteri
regali, ma di altra natura, a morte. Fu così per Piersanti Mattarella, e
qualche mese prima, ma lì la vicenda ebbe i canoni della politica, che voleva
distaccarsi da persone e pratiche, ci fu l’eccidio di Michele Reina.
Piersanti Mattarella non può essere accostato ai tanti
servitori dello Stato, magistrati, poliziotti, che prima e dopo pagarono il
loro senso del dovere. Lui da politico non aveva il dovere, se non quello
formale dei giuramenti costituzionali, normalmente disattesi. Lui impose una
politica delle carte in ordine, nel senso della trasparenza e
legittimità, perché il codice etico, che si diede assumendo la carica di
Presidente della Regione, fu quello. Fu un principio morale assunto per libera
scelta, libero arbitrio potremmo dire, anche in difformità a pratiche
precedenti, o a obblighi di maggioranza formale. Potere ed Etica coincisero,
ovviamente rischiando. Oggi nessuno rischia, se non la vita nemmeno la
poltrona, o le varie convenienze a stare in un sistema di potete. Pertanto
accade che un principio di legittimità disatteso, come quello del Sindaco di
Serradifalco, pubblicamente non crea scandalo né tra gli addetti ai lavori, né,
e questo è certamente peggio, tra l’opinione pubblica e i cittadini siciliani. I
quali sono abituati grandemente a considerare normalmente illegittima la cosa
pubblica.
Il non rispetto della norma sugli Enti locali, norma se pur
contestabile nelle forme possibili, di chiara matrice autonomistica, quindi
rappresentante la sua peculiarità, è esattamente la rappresentazione del
contrario dell’etica pubblica. Quella per cui morirono Tommaso Moro e Piersanti
Mattarella. La non comprensione dei soggetti pubblici tenuti a far rispettare
la legge è lesiva della legittimità della stessa. Per cui l’unica legge diventa
quella del più forte, o del più ricattatore. Si torna a Homo homini
lupus, fine del contratto sociale, e avvio delle scopiazzature più
basiche in periferia, con i kalashnikov e l’intimidazione regole della comunità.
Il non rispetto dell’etica porta come conseguenza la futilità delle norme ed il
decadimento della vita civile, oltre che il dissolvimento dei beni comuni.
Se si tralascia l’etica poi, al di la di formule e presenze nei
giorni e noi luoghi della memoria dei martiri, è tutta una slavina, perché le illegittimità
sono come le ciliegie, una tira l’altra, che distrugge il tessuto connettivo su
cui si fonda e vive una comunità. Per cui, più per etica che per norma, il
Sindaco di Serradifalco va rimosso immediatamente. Dopodiché se questa
maggioranza trova in parlamento i numeri per equipararci alla norma nazionale,
siamo certissimi che Leonardo Burgio tornerà sindaco legittimo di Serradifalco.
In caso contrario, se la politica avesse un senso difforme dall’esclusivo
esercizio del potere, la maggioranza dovrebbe palesare il dissolvimento delle ragioni del suo stare
oggi insieme. Si chiama politica, la quale ha bisogno se non di etica, almeno
di logica. Seppur minima.
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