Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
La crisi di Suez fu il giorno in cui un impero scoprì di essere già un ricordo. La Gran Bretagna volle recitare da protagonista e si ritrovò comparsa: senza più forza militare decisiva, senza più una moneta dominante, senza più il diritto – non scritto ma reale – di imporre ordine nelle rotte del mondo. La sterlina cedette il passo al dollaro, e con essa Londra cedette il secolo.
Oggi il teatro è diverso, ma il copione inquieta. Gli Stati Uniti di Donald Trump non sono la Gran Bretagna di Anthony Eden: hanno tecnologia, finanza, esercito. Eppure, nello Stretto di Hormuz, si gioca una partita che somiglia meno a una guerra e più a un esame di maturità imperiale.
Mentre Washington combatte e Teheran resiste, Xi Jinping osserva. Non alza la voce, non scopre le carte, non si sporca le mani – almeno in apparenza. Fa ciò che ogni potenza emergente ha sempre fatto: lascia che gli altri sbaglino.
La Cina incassa dividendi senza dichiarare guerra. Si accredita come potenza “responsabile”, vende tecnologia e armi con discrezione, consolida il proprio dominio industriale – dalle batterie al tungsteno – e soprattutto si prepara a ciò che conta davvero: cambiare la moneta del mondo. Dove passa il petrolio, deve passare lo yuan. Non oggi, forse. Ma domani, se le circostanze lo consentono.
Intanto, ogni portaerei americana che lascia il Pacifico è uno spazio che si apre in Asia. Ogni shock energetico è un assist all’industria cinese. Ogni incertezza nei mercati è un invito a cercare un arbitro. E Pechino, silenziosa, si propone come tale.
La lezione non è nuova. Gli imperi non cadono quando perdono una guerra: cadono quando altri possono permettersi di non combatterla.
Se Washington riuscirà a riaprire Hormuz con la forza, tutto questo resterà un’ipotesi. Ma se fallisse – o semplicemente esitasse – allora il parallelo con Suez smetterebbe di essere una suggestione storica e diventerebbe un verdetto.
E Donald Trump rischierebbe di passare alla storia non come il leader che ha difeso l’egemonia americana, ma come colui che, tentando di riaffermarla, ne ha accelerato il tramonto. Proprio come Anthony Eden.
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