Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
C’era una volta il calcio italiano, quello dei campi pesanti e delle domeniche di nebbia, dove il pallone rimbalzava come un’idea storta ma sincera. Oggi, invece, ci si muove in una palude vischiosa, dove il sospetto è diventato sistema e la fiducia una reliquia da museo.
Per capire dove siamo finiti, basta leggere le cronache di queste ore. Il designatore arbitrale Gianluca Rocchi è finito sotto inchiesta per concorso in frode sportiva, con accuse che parlano di pressioni sulla sala VAR e di possibili condizionamenti nelle designazioni . Non solo: tra le ipotesi investigative emerge anche il sospetto di aver scelto arbitri “graditi” all’Inter in alcune stagioni recenti .
Il quadro si allarga: è indagato anche un supervisore VAR, e la stessa struttura arbitrale è stata scossa da autosospensioni e reazioni istituzionali . Il ministro dello Sport ha già avvertito che non ci saranno sconti . E siamo solo all’inizio.
E allora viene spontaneo il paragone con quel 2006 che chiamammo Calciopoli. Anche lì si parlava di designazioni, di telefonate, di equilibri alterati. Anche lì si disse: “ripuliamo il sistema”.
Ma oggi il sospetto è più sottile e, per certi versi, più corrosivo. Non c’è più bisogno della telefonata plateale: basta un clima, una corrente, una convenienza diffusa.
Ed è qui che entra in scena il “bubbone”.
Perché nel racconto — spesso taciuto, mai davvero chiarito — l’Inter torna ciclicamente come epicentro di tensioni, sospetti, narrazioni contrapposte. Non è una sentenza, ma un dato culturale: ogni crisi del sistema finisce per incrociare, direttamente o indirettamente, il pianeta nerazzurro.
Che sia un riflesso mediatico o un nodo reale, poco importa: finché esisterà questo corto circuito tra potere sportivo, percezione pubblica e interessi arbitrali, il calcio italiano resterà malato.
Il punto non è tifare contro qualcuno. Sarebbe troppo facile, troppo provinciale. Il punto è più brutale: il sistema non regge più ambiguità.
Se davvero — e sottolineo se — le indagini dovessero confermare pressioni, favoritismi o anche solo zone grigie legate a partite come Inter-Verona o ad altre designazioni sospette , allora il problema non sarebbe un uomo, ma un intero ecosistema.
E in quell’ecosistema, il “bubbone Inter” diventerebbe simbolo, non causa unica: simbolo di un calcio che non riesce mai a separare competizione e potere.
Gianni Brera avrebbe forse scritto che il calcio italiano è finito “nel brodo lungo della furbizia”, dove tutti annusano e nessuno pulisce davvero.
La rinascita? Non verrà da una sentenza o da un capro espiatorio. Verrà solo quando il sistema avrà il coraggio di tagliare i suoi nodi più ambigui, anche quelli scomodi, anche quelli che fanno rumore.
Fino ad allora, più che un campionato, resterà una commedia dell’arte. Con arbitri, maschere… e troppi sospetti.
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