Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
La politica siciliana ha vissuto, con l’affossamento della riforma sui consorzi di bonifica, uno di quei momenti emblematici in cui il potere implode su se stesso come una stella morente.
Un momento che potremmo definire, con il lessico della filosofia politica, un’epifania dell’inconsistenza. La maggioranza, quella presunta, quella contabile, si è liquefatta al primo voto segreto. Non per colpa dell’opposizione — che fa il suo mestiere — ma per mano dei “parenti-serpenti”, i famigerati franchi tiratori interni alla stessa coalizione di governo.
L’immagine è di quelle che restano: deputati di Forza Italia che, nel chiuso dell’urna, negano il proprio appoggio al Presidente Schifani. Non lo attaccano apertamente, non gridano allo scandalo, ma si sottraggono. Tradiscono col silenzio. È la politica del galleggiamento che produce mal di pancia e, come ha scritto qualcuno, anche diarrea: un sistema digerente istituzionale che non regge più nemmeno la minima pressione interna. E infatti si sfalda.
Nel suo “Leviatano”, Thomas Hobbes ci spiegava che senza un potere forte e coeso, l’uomo torna allo stato di natura, al bellum omnium contra omnes. Ebbene, ciò che è accaduto all’ARS sembra tratto da una distopia hobbesiana in salsa siciliana, dove i consorzi di bonifica diventano terreno di scontro tra bande, e il potere si frantuma nei mille rivoli delle rivalità personali. La riforma — che doveva avviare un percorso di liquidazione e rinascita — è stata respinta da un Parlamento in cui più della metà dei deputati di maggioranza si è dileguata o ha pugnalato alle spalle. Al di là del merito (e il merito non era affatto irrilevante), il voto ha svelato ciò che tutti sanno ma che pochi osano dire: che questo governo è un contenitore vuoto, dove le ambizioni personali si mascherano da alleanze, e le alleanze da interessi generali.
Il presidente Schifani, giurista d’ordinanza e vecchio arnese della politica romana, si è trovato come Ulisse tra Scilla e Cariddi, ma senza astuzia né nocchiero. Perché i suoi compagni di viaggio non sono eroi omerici, bensì capibastone, riciclati e amici-nemici di lungo corso. Il suo governo si regge su un equilibrio statico e malato: non c’è un progetto, ma una continua mediazione al ribasso, un eterno presente fatto di attese, rinvii, aggiustamenti, e promesse. È una forma di potere che vive solo per evitare il tracollo, che scambia la stasi per stabilità e l’immobilismo per prudenza.
La “maggioranza” — se così si può ancora chiamare — è una sommatoria di veti incrociati. La destra siciliana sembra diventata una colonia di interessi concorrenti che si contendono nomine, incarichi, assessorati come un bottino. È la crisi di rappresentanza che diventa crisi di realtà: un governo che non decide più, perché decidere significa perdere pezzi.
E allora la domanda è: fino a quando potrà reggere questo galleggiamento? Fino a quando potrà sopravvivere un governo che sembra affetto da una colite cronica, incapace di trattenere una linea politica stabile, incapace di digerire una riforma, di difenderla, di portarla a casa? Perché un governo che non governa, che non rischia, che non lotta nemmeno per le proprie idee — sempre che ne abbia — non è un governo. È un limbo.
In fondo, la Sicilia è sempre stata laboratorio politico e specchio delle tendenze nazionali. E se qui il potere si regge sull’evanescenza, sulle assenze, sui voti mancati e sulle fedeltà a geometria variabile, allora dovremmo chiederci se non stiamo assistendo a un’anticipazione del destino politico dell’intero Paese.
E come ammoniva Platone, quando la politica perde il suo ethos, quando non si fonda più sul bene comune ma sul vantaggio immediato, allora il corpo dello Stato si ammala. E non basta il mal di pancia. Viene la febbre. Poi la crisi. E infine il crollo.
“La politica è l’arte del possibile”, diceva Bismarck. Ma qui non è più arte. E non è più possibile nulla.
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