Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
C’era un tempo in cui le parole avevano un significato. Conservatore era chi diffidava del cambiamento. Riformista era chi tentava di correggere ciò che non funzionava. Progressista era chi guardava avanti. Oggi, invece, le etichette sono rimaste le stesse, ma hanno cambiato proprietario. E continuare a usarle significa raccontare un Paese che non esiste più.
L’ennesima dimostrazione è arrivata con la bocciatura dell’emendamento alla riforma della legge elettorale. Il post di rammarico di Giorgia Meloni da una parte, il tripudio delle opposizioni dall’altra. Scene che ricordavano più un mondiale di calcio che un’aula parlamentare. Quando la sconfitta di una riforma viene celebrata come una vittoria politica, forse bisognerebbe fermarsi a riflettere su cosa si stia davvero festeggiando.
Naturalmente questo voto racconta anche altro. Racconta una maggioranza meno granitica di quanto ami rappresentarsi. Racconta parlamentari più attenti alla propria convenienza che all’interesse generale. Ma, soprattutto, racconta una trasformazione che molti fingono di non vedere.
Oggi, paradossalmente, la riformista è Giorgia Meloni. Non perché ogni sua proposta sia necessariamente giusta o condivisibile, ma perché è una delle poche figure politiche che continua a mettere sul tavolo riforme strutturali. Prima la giustizia. Ora la legge elettorale. Si possono criticare entrambe. Si possono perfino respingere. Ma non si può negare che rappresentino un tentativo di cambiare un sistema che da decenni tutti dichiarano di voler modificare.
Dall’altra parte si è consolidato un fronte che si autodefinisce progressista ma che, nei fatti, esercita soprattutto il diritto di veto. È il partito del No. No alla riforma della giustizia. No alla riforma elettorale. No al ponte sullo Stretto. No al nucleare. No all’aumento delle spese per la difesa. No al sostegno all’Ucraina. No alla NATO. Sempre più spesso perfino no all’Europa, purché sia un’Europa che decide e non soltanto che distribuisce risorse.
È curioso osservare come una parte consistente di questo fronte coincida con quell’universo politico che da anni manifesta una singolare indulgenza verso Vladimir Putin. Non è un mistero che la propaganda russa abbia investito enormi risorse nella costruzione di movimenti ostili alle democrazie liberali europee. Né è un mistero che alcune forze politiche abbiano intrattenuto rapporti quanto meno disinvolti con Mosca. Non sempre attraverso finanziamenti dimostrabili, ma certamente attraverso una convergenza culturale alimentata da propaganda, disinformazione e campagne orchestrate dalle ormai celebri troll farm di San Pietroburgo.
Il risultato è un cortocircuito politico che meriterebbe maggiore attenzione. Chi si proclama progressista difende spesso l’immobilismo. Chi si definisce rivoluzionario finisce per conservare ogni rendita di posizione. Chi promette il futuro lavora, nei fatti, per impedire qualsiasi cambiamento.
È un conservatorismo nuovo. Non quello delle istituzioni o della prudenza. È il conservatorismo dello status quo. Quello che preferisce un problema irrisolto a una soluzione imperfetta. Perché un problema aperto garantisce consenso, alimenta protesta, conserva equilibri e clientele.
In questa prospettiva, ogni riforma diventa automaticamente sospetta. Non importa il contenuto. Conta soltanto impedirne l’approvazione. È la politica trasformata in ostruzionismo permanente. La vittoria non consiste nel costruire qualcosa, ma nel dimostrare che l’altro non è riuscito a costruirla.
E così il dibattito pubblico si riduce a una collezione di divieti. Si alzano muri mentre si pronunciano discorsi sui ponti. Si invoca il progresso impedendo ogni innovazione. Si parla di democrazia mentre si considera qualsiasi tentativo di riforma come un attentato all’ordine costituito.
Forse il vero errore è continuare a leggere la politica con categorie del Novecento. Destra e sinistra. Conservatori e progressisti. Sono definizioni che spiegano sempre meno. Oggi la linea di frattura attraversa un’altra geografia. Da una parte c’è chi, con tutti i limiti e gli errori del caso, prova a cambiare qualcosa. Dall’altra c’è chi considera ogni cambiamento una minaccia.
La domanda, allora, non è più se una forza politica sia di destra o di sinistra. La domanda è molto più semplice: vuole riformare il Paese o preferisce lasciarlo esattamente com’è?
Perché, alla fine, il più autentico conservatore non è chi difende una tradizione. È chi trasforma il “no” in un programma di governo. E un Paese che vive soltanto di veti finisce per conservare soprattutto i propri problemi.
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