Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
La sinistra europea non sta perdendo voti per colpa della destra. Li sta perdendo anche per colpa delle proprie contraddizioni.
Ha smesso di parlare di classe e parla di identità. Ha smesso di difendere la laicità come principio universale e, in alcuni casi, sembra disposta a trattare diversamente le istanze religiose a seconda dell’interlocutore. Ha trasformato l’immigrazione da questione politica da governare in una prova morale: chi pone domande viene sospettato di razzismo, chi chiede regole viene accusato di xenofobia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la sinistra sta consegnando alla destra proprio gli elettori che un tempo considerava suoi.
Guardiamo alla Francia.
Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise hanno costruito negli ultimi anni un rapporto particolarmente forte con l’elettorato musulmano. Le percentuali variano secondo le rilevazioni e non dimostrano affatto che i musulmani francesi siano un blocco politico omogeneo. Ma il dato politico è incontestabile: Mélenchon ottiene tra gli elettori musulmani un consenso molto superiore a quello che raccoglie nell’elettorato complessivo. Una recente analisi Fondapol rileva, per esempio, che il 68% degli elettori musulmani intervistati considera Mélenchon capace di risolvere i problemi del Paese, contro il 13% dell’intero campione.
Questo non significa che Mélenchon sia diventato musulmano.
Significa qualcosa di molto più semplice e politicamente interessante: ha trovato un nuovo bacino elettorale e lo corteggia.
Il problema nasce quando, per conservarlo, una forza politica comincia a evitare di affrontare con la stessa severità tutte le forme di integralismo, segregazione o pressione religiosa.
Perché il principio dovrebbe essere uno solo: la libertà religiosa è sacrosanta; il potere politico della religione non lo è.
E qui la sinistra deve rispondere a una domanda precisa: la laicità vale sempre o soltanto quando non costa voti?
Prendiamo il caso di Rima Hassan. Non serve trasformarla in ciò che non è né attribuirle dichiarazioni che non possiamo documentare. È sufficiente ricordare che l’eurodeputata di La France Insoumise è stata coinvolta in un procedimento giudiziario relativo a un post sui social per il quale la magistratura francese ha contestato l’apologia del terrorismo; Hassan e i suoi sostenitori hanno respinto l’accusa, definendo il procedimento politico.
Questo non dimostra che La France Insoumise sia un partito islamista.
Dimostra però quanto sia diventato difficile, nel dibattito della sinistra radicale francese, separare il sostegno alla causa palestinese dalla necessità di mantenere una distanza inequivocabile da qualsiasi forma di legittimazione del terrorismo.
E questa distanza dovrebbe essere una linea rossa.
Sempre. Non a seconda dell’identità dell’aggressore.
Non a seconda della causa politica.
Non a seconda del consenso elettorale.
In Italia il problema assume forme diverse, ma la contraddizione è simile.
A Venezia, alle ultime amministrative, il Partito Democratico ha candidato diversi esponenti della comunità bengalese. Alcuni materiali elettorali sono stati diffusi in bengalese e la questione della costruzione di una moschea a Mestre è entrata direttamente nella campagna elettorale. La stampa ha documentato anche messaggi elettorali con riferimenti ad Allah e il forte interesse del PD verso il voto della comunità.
Questo, sia chiaro, non è uno scandalo.
Un cittadino italiano di origine bengalese ha esattamente lo stesso diritto di candidarsi di un cittadino italiano di origine veneta.
Il problema non è chi viene candidato.
Il problema è come viene costruito il rapporto politico con una comunità.
Se il rapporto diventa: noi vi offriamo rappresentanza, voi ci garantite consenso, allora non siamo più davanti a una politica di integrazione. Siamo davanti a una politica identitaria.
Ed è precisamente questa la contraddizione che la sinistra dovrebbe avere il coraggio di affrontare.
Non si può denunciare il voto etnico quando lo pratica la destra e chiamarlo inclusione quando lo pratica la sinistra.
Non si può criticare il clientelismo comunitario da una parte e considerarlo partecipazione democratica dall’altra.
La stessa regola deve valere per tutti.
E poi c’è la questione della moschea.
La costruzione di un luogo di culto musulmano, in sé, non è un attentato alla laicità. Al contrario: la libertà religiosa comprende anche la possibilità di costruire luoghi di culto nel rispetto delle leggi.
Ma proprio per questo la discussione deve essere seria.
Una moschea non può diventare una ricompensa elettorale.
Né una tessera di riconoscimento politico.
Né uno strumento attraverso il quale una comunità religiosa acquisisce un diritto di veto sulle decisioni pubbliche.
E soprattutto nessuno dovrebbe chiedere alla società italiana di scegliere tra libertà religiosa e libertà delle donne.
Le due cose devono stare insieme.
Sempre.
Ed eccoci all’altro grande problema: il doppio standard.
A Torino, nei giorni scorsi, un commerciante originario del Bangladesh è stato arrestato con l’accusa di avere costretto una tredicenne a subire atti sessuali nel minimarket in cui lavorava. Il giudice ha ravvisato gravi indizi di colpevolezza, anche perché il racconto della ragazza era stato ritenuto coerente e risultava corroborato dalle immagini delle telecamere. L’uomo è stato successivamente sottoposto all’obbligo di firma.
Qui bisogna essere rigorosi. Non si può trasformare un imputato in simbolo di un’intera comunità.
Ma non si può nemmeno utilizzare l’appartenenza etnica dell’indagato come motivo per minimizzare ciò che sarebbe gravissimo se fosse commesso da chiunque altro.
E soprattutto bisogna smettere di attribuire alla sinistra frasi pronunciate da singoli attivisti come se fossero la posizione ufficiale di un partito.
Se qualcuno sostiene che palpeggiare una tredicenne non costituisca violenza perché non c’è stata penetrazione, quella frase va contestata per quello che è: un’aberrazione, indipendentemente da chi l’ha pronunciata.
Non serve sapere se chi l’ha pronunciata voti PD, Rifondazione o non voti affatto.
La dignità di una ragazzina non è di destra né di sinistra.
Questo è precisamente il punto.
I principi universali non possono diventare principi condizionati dall’identità di chi abbiamo davanti.
E allora arriviamo alla domanda che la sinistra dovrebbe porsi prima di accusare la destra di xenofobia.
Perché l’AfD cresce?
Perché crescono i partiti che fanno dell’immigrazione il proprio cavallo di battaglia?
Perché una parte crescente dell’elettorato operaio guarda a destra?
La risposta non può essere sempre: sono diventati razzisti. È una risposta comoda.
Ed è anche una risposta politicamente suicida.
Perché un elettore può essere contrario al razzismo e contemporaneamente chiedere frontiere controllate.
Può essere favorevole all’immigrazione e contemporaneamente pretendere integrazione.
Può rispettare l’islam e contemporaneamente opporsi all’islamismo politico.
Può difendere la libertà religiosa e contemporaneamente rifiutare la segregazione delle donne.
Può voler accogliere lo straniero e contemporaneamente pretendere che chi arriva impari la lingua, lavori, rispetti le leggi e accetti i principi costituzionali del Paese che lo accoglie.
Queste non sono posizioni fasciste.
Sono posizioni perfettamente compatibili con una democrazia liberale.
Ma ogni volta che la sinistra tratta queste domande come sospette, compie un regalo alla destra.
Ogni volta che trasforma una preoccupazione legittima in una colpa morale, spinge quell’elettore verso chi quella preoccupazione è disposto ad ascoltarla.
E allora il paradosso diventa evidente.
La destra radicale non ha bisogno che la sinistra condivida le sue idee. Le basta che la sinistra continui a negare i problemi che essa ha scelto di rappresentare.
È questa la vera responsabilità politica.
Non aver creato l’AfD.
Non aver creato Vannacci.
Non aver creato tutte le paure che alimentano la destra.
Ma aver lasciato a loro il monopolio della risposta.
La sinistra dovrebbe riprenderselo.
Dovrebbe parlare di immigrazione senza complessi.
Di sicurezza senza vergogna.
Di islamismo senza paura di essere accusata di islamofobia.
Di donne senza subordinare i loro diritti alle sensibilità culturali.
Di laicità senza fare eccezioni.
Di integrazione senza fingere che l’integrazione significhi soltanto accoglienza.
E soprattutto dovrebbe tornare a fare una cosa che un tempo le riusciva bene: difendere l’individuo contro qualsiasi comunità, qualsiasi religione, qualsiasi ideologia pretenda di dominarlo.
Perché una donna non deve essere difesa meno se il suo oppressore appartiene a una minoranza.
Un bambino non deve essere protetto meno se il suo aggressore è immigrato.
Un lavoratore non deve essere considerato razzista perché chiede sicurezza.
Un cittadino non deve essere chiamato xenofobo perché vuole sapere quanti immigrati entrano, quanti lavorano, quanti vengono integrati e quanti vengono espulsi quando non hanno diritto di restare.
E una religione non può pretendere privilegi politici soltanto perché rappresenta una minoranza.
La legge deve essere uguale. La libertà deve essere uguale. La dignità deve essere uguale.
Se la sinistra dimentica questo, la destra non dovrà nemmeno vincere la battaglia.
Le basterà aspettare.
Perché gli elettori che la sinistra insulta oggi saranno gli elettori che la destra raccoglierà domani.
E allora la domanda non sarà più perché l’AfD cresce.
Non sarà più perché Vannacci prende voti.
Non sarà più perché gli operai hanno abbandonato la sinistra.
La domanda sarà molto più semplice e molto più imbarazzante: chi li ha spinti fin lì?
La risposta, almeno in parte, sarà dentro casa della sinistra.
Non perché la sinistra sia razzista.
Non perché sia islamista.
Ma perché una sinistra che rinuncia alla propria laicità, ai propri principi femministi, alla propria idea universalistica dei diritti e alla capacità di parlare senza tabù di sicurezza e immigrazione finisce per produrre esattamente ciò che dice di voler combattere.
Il miglior alleato della destra identitaria non è sempre la destra.
A volte è una sinistra che ha smesso di essere universalista.
E che, per conquistare nuovi elettori, ha dimenticato quelli che aveva.
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