Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
C’è un aspetto della parabola recente del Partito Democratico che pochi hanno il coraggio di mettere al centro della discussione: il PD era così già prima dell’accordo con il Movimento Cinque Stelle. Quella che oggi sembra una lenta e inesorabile dissoluzione identitaria non nasce con il “campo largo” né con Giuseppe Conte, ma affonda le radici in una dinamica vecchia quanto il partito stesso: la costante tendenza a farsi svuotare da altri, lasciando che siano “gli alleati” a indicare i candidati mentre il PD porta i voti, la macchina organizzativa, la legittimità democratica. È successo con Vendola e i suoi alle primarie, e si ripete oggi con esiti ancora più grotteschi.
Il PD è l’unico partito italiano che continua a vivere di una rendita simbolica – l’essere erede della sinistra storica italiana, del PCI, del cattolicesimo democratico, del riformismo europeista – ma senza avere mai davvero avuto il coraggio di rivendicarla pienamente. Al contrario, questa eredità è vissuta come un peso, come qualcosa di cui giustificarsi, come un motivo per dover sempre cercare patenti di legittimità altrui. Da qui nasce quell’atteggiamento remissivo, quasi masochista, nei confronti di ogni nuova ondata “anti-establishment”: prima la sinistra radicale, poi il grillismo, oggi l’ambientalismo sloganistico e il movimentismo di ritorno.
Eppure, il PD non è sempre stato così. C’è stato un tempo – neanche troppo lontano – in cui questo partito (o meglio, le sue precedenti incarnazioni) non aveva paura di dire cose impopolari. Era il 1998 quando, nella Bicamerale, la sinistra sosteneva la separazione delle carriere dei magistrati, sfidando il giustizialismo. Era il 1999 quando, con D’Alema a Palazzo Chigi, l’Italia aderiva alla missione NATO contro la Serbia di Milošević, nel nome dei diritti umani e contro le dittature. Era il 1995 quando lo stesso D’Alema, allora segretario PDS, accusava la CGIL di conservatorismo corporativo, e nel 2015 Renzi faceva lo stesso da Presidente del Consiglio.
Era il PD (o ciò che lo anticipava) a parlare di liberalizzazioni e concorrenza, come fece Veltroni nel 2008, e a contrastare il pacifismo ideologico in nome del realismo democratico (Fassino nel 2001). E sempre il PD, nel 2015, provava a riformare coraggiosamente il mercato del lavoro, ma anche a smuovere il pantano dell’immobilismo istituzionale.
Quel PD era discutibile, divisivo, ma almeno era qualcosa. Aveva un’anima riformista, europeista, persino impetuosa. Non si faceva dettare l’agenda da youtuber, influencer e leader televisivi. Non si metteva il cappello in mano davanti a un Movimento – il M5S – che ha portato in Parlamento alcuni dei peggiori esempi di demagogia, incompetenza e populismo autolesionista mai visti nella storia repubblicana.
Oggi il PD sembra soprattutto confuso, svuotato, subalterno. Vive di fiammate mediatiche e strategie elettorali emergenziali, non di progetto. E soprattutto ha perso quello che un tempo aveva: la volontà di dire agli italiani la verità, anche scomoda. Ora si limita a inseguire il sentimento dominante, nella speranza che un giorno gli altri lo considerino ancora “utile”. È diventato lo strumento tecnico del centrosinistra, non il suo motore politico.
Forse è arrivato il momento di scegliere: o il PD torna a essere un partito con idee forti e identità chiara, oppure continuerà ad essere la badante politica di alleanze che lo umiliano, nel nome di un’unità che, in realtà, non rispetta nessuno.
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