Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Potere è una parola che in Italia suscita sempre un certo prurito. La pronunciamo con diffidenza, la esercitiamo con voracità, la subiamo con rassegnazione.
Eppure il potere, in una democrazia, non è né una colpa né una medaglia. È una funzione. E come tutte le funzioni, o serve a qualcosa o diventa un peso morto.
Si continua a ripetere che il potere è servizio. È una formula che suona bene nei convegni e nelle celebrazioni ufficiali. Ma le formule, in questo Paese, hanno il vizio di restare tali. Le appendiamo al muro come un diploma e poi facciamo l’esatto contrario.
Servire significa una cosa semplice: ricordarsi che il potere non appartiene a chi lo esercita. È in affitto. A tempo determinato. E il proprietario non è il ministro, il prefetto, il sindaco o il direttore generale di turno. Il proprietario è il cittadino. Che non è un suddito, benché spesso venga trattato come tale, ma la ragione stessa per cui quel potere esiste.
Quando una funzione pubblica smette di sentirsi “in affitto” e comincia a sentirsi “a casa propria”, il servizio si trasforma in dominio. Non è un passaggio clamoroso. Non avviene con colpi di Stato o carri armati. Avviene con piccoli slittamenti quotidiani: una decisione presa per convenienza anziché per giustizia, un regolamento piegato all’amico, una parola di troppo contro chi dissente.
Il dominio non nasce dall’autorità. Nasce dall’arbitrio.
C’è una differenza sostanziale tra comandare e governare. Il comandante pretende obbedienza. Il governante cerca consenso. Il primo si sente forte perché dispone di strumenti. Il secondo sa di essere forte solo finché conserva fiducia. E la fiducia non si impone. Si merita.
In una democrazia matura, la legittimazione del potere non risiede nella forza della firma ma nella qualità del servizio reso. Un provvedimento può essere perfettamente legale e profondamente ingiusto. Può rispettare la lettera della norma e tradirne lo spirito. È qui che entra in gioco l’etica pubblica, parola anch’essa spesso abusata e raramente praticata.
L’etica non è una predica. È una disciplina. Impone misura. E la misura, nella vita pubblica, è tutto. Misura nel linguaggio, perché le parole di chi governa non sono chiacchiere da bar ma atti politici. Misura nei comportamenti, perché ogni gesto istituzionale produce un esempio. E gli esempi, nel bene e nel male, fanno scuola più delle leggi.
Viviamo in un tempo in cui l’ambizione viene scambiata per virtù e la visibilità per merito. Si confonde il protagonismo con il coraggio. Ma l’ambizione, quando non è temperata dal senso del limite, diventa vanità. E la vanità, in chi esercita una funzione pubblica, è un difetto pericoloso: spinge a trasformare l’istituzione in palcoscenico e la responsabilità in spettacolo.
Il potere non è fatto per brillare. È fatto per funzionare.
Questo vale soprattutto nelle funzioni che incidono sulla reputazione e sulla libertà delle persone. Chi decide sulla vita altrui dovrebbe farlo con la consapevolezza di essere un custode, non un proprietario. Custode di una legge che lo precede e lo seguirà. Custode di diritti che non gli appartengono.
La fedeltà alle istituzioni non consiste nell’obbedienza cieca alla gerarchia. Consiste nella lealtà verso i principi che fondano quella gerarchia. Le istituzioni non sono i loro dirigenti pro tempore. Sono un patrimonio comune. E ogni volta che vengono usate per affermare un ego o per regolare conti personali, si indeboliscono.
In Italia abbiamo un rapporto ambiguo con lo Stato. Lo invochiamo quando ci conviene e lo denigriamo quando ci ostacola. Ma lo Stato non è un’entità astratta. È la somma dei comportamenti di chi lo rappresenta. Se quei comportamenti sono improntati al servizio, lo Stato acquista autorevolezza. Se sono improntati al privilegio, lo Stato perde credibilità.
Non è un problema teorico. È una questione pratica. Ogni atto pubblico genera fiducia o sfiducia. E la fiducia, una volta erosa, non si ricostruisce con i discorsi ma con i fatti. Servono coerenza, sobrietà, senso del limite. Servono uomini e donne che sappiano distinguere tra ruolo e persona.
Chi esercita un potere dovrebbe farsi ogni giorno una domanda semplice: sto agendo per rafforzare l’istituzione o per rafforzare me stesso? È una domanda scomoda. Ma è l’unica che tenga in piedi una democrazia.
Il potere come dominio produce sudditi. Il potere come servizio produce cittadini. E tra sudditi e cittadini corre la stessa distanza che c’è tra una comunità viva e una folla silenziosa.
Non servono eroi. Servono servitori dello Stato nel senso più alto del termine. Gente che sappia che il potere, come tutte le cose umane, è transitorio. E che l’unica traccia duratura che può lasciare non è il timore, ma la fiducia.
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