Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

Tutti i post

Ci voleva il Pentagono per dimostrare che Freud, alla fine, era un ottimista.


L’ultima trovata dell’amministrazione americana è semplice, quasi elegante nella sua brutalità: screening del testosterone per tutti i militari. Chi ne ha poco, lo riceverà in farmacia. Non per curare una malattia, non per migliorare la qualità della vita. Per combattere meglio.


È la trasformazione della virilità in politica pubblica. L’ormone elevato a strategia militare. Clausewitz riscritto dall’endocrinologo.


Naturalmente la notizia ha fatto sorridere. Come tutte le cose serie quando sono troppo assurde per sembrare vere. Si è pensato alla caricatura del sergente americano che distribuisce siringhe invece di medaglie. Alla caserma trasformata in palestra. Alla guerra combattuta più con gli esami del sangue che con l’intelligence.


Il problema è che non fa ridere abbastanza.


Perché il testosterone non è il protagonista della storia. È soltanto il simbolo.


Il simbolo di una stagione nella quale la complessità viene vissuta come un difetto e la forza bruta torna a essere considerata una virtù. Non importa se la forza sia fisica, economica o politica. L’importante è che sia ostentata. Come il gorilla che si batte il petto nella foresta. Non per convincere gli altri. Per convincere se stesso.


Pete Hegseth, con i suoi tatuaggi da crociato, il “Deus Vult” inciso sulla pelle e la nostalgia per le guerre sante, è perfetto per questa rappresentazione. Talmente perfetto da sembrare inventato. Se un regista proponesse un personaggio così, il produttore gli direbbe di renderlo più credibile. Di togliere almeno una croce. Di eliminare almeno un motto latino. Di abbassare il volume della retorica.


La realtà, invece, non ha editor.


E allora scopriamo che il capo dell’esercito più potente del pianeta ritiene che la superiorità militare possa misurarsi anche in nanogrammi per decilitro.


È curioso. Abbiamo passato decenni a costruire eserciti fatti di satelliti, droni, algoritmi, guerra elettronica, intelligenza artificiale. Spendiamo miliardi per addestrare macchine capaci di colpire un bersaglio dall’altra parte del mondo con precisione chirurgica. Poi arriva qualcuno che sembra uscito da una taverna medievale e ci spiega che il vero vantaggio competitivo sono gli ormoni.


È il ritorno della clava nell’epoca del microchip.


La tecnologia corre in avanti mentre la cultura politica fa marcia indietro.


Ed è questo il punto che inquieta.


Per molto tempo abbiamo creduto che la storia avesse una direzione. Che si potesse sbagliare strada, rallentare, persino arretrare per qualche tratto, ma che il cammino complessivo fosse verso una maggiore razionalità.


Oggi quella certezza vacilla.


Non soltanto negli Stati Uniti.


Guardatevi attorno. Leader che parlano il linguaggio dell’uomo forte. Religioni trasformate in identità militanti. Confini che diventano totem. Diplomazia sostituita dalla minaccia permanente. Il dissenso interpretato come tradimento. La moderazione derubricata a debolezza.


La politica assomiglia sempre meno a un Parlamento e sempre più a uno spogliatoio.


L’insulto vale più dell’argomento. Il muscolo più dell’idea. Il pugno sul tavolo più del ragionamento.


Il testosterone distribuito ai soldati non è dunque un dettaglio folcloristico. È una dichiarazione filosofica.


Dice che il mondo si divide ancora tra maschi dominanti e subordinati. Tra vincitori e sconfitti. Tra predatori e prede.


È una concezione antichissima.


Talmente antica che gli antichi, probabilmente, la trovavano già superata.


Naturalmente nessuno è così ingenuo da pensare che le guerre nascano dagli ormoni. Dietro ogni conflitto ci sono petrolio, denaro, interessi strategici, rotte commerciali, equilibri geopolitici.


Ma ogni guerra ha bisogno anche di un racconto.


E il racconto di oggi somiglia terribilmente a quello di migliaia di anni fa: il guerriero, la tribù, il nemico assoluto, il dio che benedice le armi.


Cambiano i missili.


Restano le caverne.


La cosa più sorprendente, però, non è Hegseth.


La cosa più sorprendente siamo noi.


Perché continuiamo a stupirci ogni volta che il passato torna a bussare alla porta. Come se la civiltà fosse un software che, una volta installato, non potesse più essere disinstallato.


Non funziona così.


La barbarie non scompare.


Va semplicemente fuori moda.


Poi, quando il tempo cambia, riapre l’armadio, tira fuori la pelle di bisonte, si dà una sistemata ai capelli e torna in società.


Con ottimi risultati elettorali.


E noi restiamo lì a domandarci quando sia successo.


La risposta è semplice quanto sgradevole.


È successo mentre eravamo convinti che non potesse più succedere.

Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.