Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Cè’ un riflesso quasi automatico, nelle nostre democrazie sazie: trasformare ogni guerra in un referendum morale immediato. Dopo pochi giorni dall’inizio delle operazioni, i tribunali dell’opinione pubblica sono già riuniti, le sentenze già scritte, i colpevoli e gli innocenti già distribuiti come in una recita scolastica. È un vizio moderno: la fretta delle certezze. La politica, purtroppo o per fortuna, non funziona così. Le guerre meno che mai. Non si giudicano in undici giorni, né in undici settimane. Spesso nemmeno in undici anni. Chi oggi pretende di stabilire se l’eventuale caduta del regime iraniano sarà un bene o un male per il Medio Oriente finge di sapere ciò che nessuno può sapere. Non lo sanno i commentatori televisivi, non lo sanno i professori di geopolitica, e con ogni probabilità non lo sanno neppure i governi che quella guerra l’hanno decisa. Le informazioni vere — quelle dell’intelligence, quelle che contano — non stanno nei talk show. La storia, del resto, è piena di esempi che dovrebbero insegnarci un po’ di modestia. Ci furono guerre giudicate disastri prima ancora di finire e che col tempo mostrarono esiti meno lineari del previsto. E ci furono interventi salutati come liberazioni che si rivelarono, negli anni, catastrofi politiche e morali. Questo non significa rifugiarsi nel relativismo, che è spesso la forma elegante dell’ignavia. Un fatto, almeno, è difficile da contestare: il regime iraniano non è un normale governo con cui si possa discutere civilmente attorno a un tavolo. È uno dei sistemi repressivi più duri esistenti oggi, responsabile di una violenza sistematica contro i propri cittadini e di un’instabilità cronica nella regione. Dirlo non equivale automaticamente a benedire ogni guerra intrapresa contro di esso. Le guerre hanno costi giganteschi: economici, politici, umani. Costi che spesso pagano soprattutto coloro che non hanno deciso nulla. Ma fingere che tra un regime di questo tipo e il suo possibile abbattimento non esista nemmeno la possibilità di un beneficio è un’altra forma di comoda cecità. È la posizione di chi preferisce la purezza delle dichiarazioni alla responsabilità della realtà. C’è infine una terza categoria, la più curiosa: quelli che dichiarano di desiderare la caduta del regime, ma non vogliono che ciò avvenga con la forza. Una posizione rispettabile, ma che meriterebbe almeno una spiegazione pratica. Perché i regimi non si dimettono per cortesia. Non firmano le proprie dimissioni dopo una petizione online. Chi immagina che basti chiedere gentilmente agli ayatollah di lasciare il potere mostra una fiducia nella natura umana che la storia, purtroppo, non ha mai confermato. La verità è più scomoda e meno eroica. In questo momento non sappiamo se l’intervento porterà più ordine o più caos. Non sappiamo se i benefici supereranno i costi. Non sappiamo se tra qualche anno giudicheremo questa guerra come un errore o come una necessità. L’unica cosa certa è che le certezze premature sono quasi sempre sbagliate. E la politica, quando diventa una gara a chi grida più forte prima che i fatti parlino, smette di essere politica e diventa teatro. Un teatro morale in cui tutti recitano la parte dei giusti — ma nessuno paga il prezzo delle conseguenze.

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