Davide Romano
Davide Romano è attivo nel mondo del volontariato e appassionato di studi religiosi, lavora da molti anni nell’ambito della comunicazione politica, culturale, religiosa e sindacale.
Nel segno di San Francesco d’Assisi, una comunità ritrova se stessa tra rito, memoria e speranza, con la sobria soddisfazione di fra Salvino Pulizzotto per un inizio condiviso
C’è un momento, nelle vicende di una comunità, in cui la cronaca smette di essere semplice registrazione dei fatti e diventa quasi testimonianza. È accaduto il 12 aprile 2026, a Marineo, dove l’apertura della Porta Santa per l’Anno Giubilare Francescano — nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi — ha assunto i contorni di qualcosa che va oltre la liturgia, senza tuttavia tradirla.
Il vento, si direbbe con linguaggio antico, c’era davvero. Non tanto quello che scompiglia le vesti, quanto quello che, secondo le Scritture, precede le svolte. Un “vento impetuoso”, lo hanno chiamato i frati, con una sobrietà che non indulge al sensazionalismo ma nemmeno rinuncia al simbolo. Ed è proprio qui che l’evento trova la sua cifra: nella capacità di tenere insieme il segno e la sostanza.
Dalla Chiesa Madre al Santuario della Madonna della Dayna, il passaggio non è stato soltanto fisico. È diventato un piccolo pellegrinaggio collettivo, quasi un esercizio di memoria spirituale. Aprire una porta — gesto semplice, quotidiano — si è trasformato in un invito più impegnativo: aprire qualcosa di meno visibile e, proprio per questo, più resistente, come il cuore.
Non sono mancati i nomi, né le presenze istituzionali, né quella coralità tipicamente siciliana che rende ogni evento insieme solenne e familiare. Il parroco, la fraternità francescana, le confraternite, i giovani, i bambini vestiti da apostoli, i ministranti, i benefattori: un mosaico che, a guardarlo bene, racconta più di quanto sembri. Racconta una comunità che, pur nella frammentazione del tempo presente, trova ancora occasioni per riconoscersi.
E poi c’è stato il suono antico dello shofar, prestato alla celebrazione con una suggestione che supera i confini geografici e religiosi, ricordando che ogni Giubileo nasce da un annuncio: ricominciare è possibile.
In questo quadro, la presenza del Ministro provinciale, fra Salvino Pulizzotto, non è passata inosservata. Con discrezione francescana, ha espresso una soddisfazione che non aveva nulla di trionfalistico: «È bello vedere — ha detto in sostanza — una comunità che si ritrova attorno all’essenziale. Questo Giubileo non è un punto d’arrivo, ma un inizio condiviso». Parole misurate, che riflettono uno stile più incline alla semina che alla celebrazione di sé.
Del resto, se c’è una lezione che viene dal poverello di Assisi, è proprio questa: le grandi cose si fanno senza proclamarle grandi. E forse è per questo che, a Marineo, l’apertura di una porta ha dato l’impressione — rara, oggi — di aprire davvero qualcosa. Non tanto un anno giubilare, ma una possibilità.
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