Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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C’è una retorica che negli ultimi anni ha preso piede, soprattutto nei circuiti propagandistici filo-russi e filo-iraniani: quella del cosiddetto “Sud globale” che si sarebbe finalmente alzato in piedi contro l’Occidente. 

È una retorica seducente, perché evoca memorie nobili: Bandung 1955, il movimento dei non allineati, Frantz Fanon e le sue pagine sulla decolonizzazione come rottura non solo politica ma anche psicologica. Evoca la speranza che i popoli a lungo oppressi potessero costruire un proprio destino.

Ma oggi quella retorica non ha nulla a che vedere con il suo modello storico. È un simulacro, una maschera. Che la Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping, l’Iran degli ayatollah o il Venezuela di Maduro possano rappresentare il riscatto dei popoli è un paradosso. Sono regimi che opprimono i propri cittadini, reprimono libertà e diritti, ed esercitano a loro volta logiche di potenza e sfruttamento.

La Cina, seconda economia mondiale, non è “Sud” in nessun senso. Da vent’anni pratica in Africa un neocolonialismo elegante: prestiti vincolati, infrastrutture costruite da imprese cinesi, concessioni minerarie in cambio di credito. È dipendenza, non emancipazione. La Russia replica lo schema con altri strumenti: il gruppo Wagner in Mali e Burkina Faso non porta scuole o ospedali, ma mercenari e armi in cambio di oro e diamanti. È colonialismo in uniforme mimetica.

L’Iran predica la resistenza all’imperialismo, ma reprime donne e studenti; il Venezuela, un tempo evocato come laboratorio socialista, oggi sopravvive solo vendendo petrolio sottocosto ai propri tutori. Non è riscatto, è sopravvivenza.

E poi c’è la questione della solidarietà. Esiste un fronte unito del “Sud globale”? No. Esistono interessi temporaneamente convergenti. La Russia ha bisogno della Cina, ma è sempre più subalterna ad essa: vende energia a prezzi di saldo, concede influenza politica e commerciale. L’Iran collabora con Mosca in Siria, ma compete con essa sul mercato energetico. Maduro è un debitore sotto tutela. Non c’è universalismo, non c’è Bandung: c’è solo opportunismo geopolitico.

Gramsci scriveva che “il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. 

La retorica del “Sud globale” è uno di quei fenomeni morbosi. Muore il vecchio terzomondismo, quello che aveva un senso storico; ma il nuovo, un ordine multipolare equo, non riesce a nascere. Così regimi che nulla hanno di liberatorio indossano i panni del riscatto e recitano la parte dei salvatori.

Il pericolo è che questa narrazione trovi ascolto. E lo trova, perché il passato coloniale dell’Occidente pesa ancora, perché le diseguaglianze globali sono reali, perché il neoliberismo ha prodotto esclusione. È la verità che genera la menzogna: la sofferenza autentica di molti popoli viene catturata e deviata da chi sfrutta anch’esso, ma sotto un’altra bandiera.

Fanon scriveva che la decolonizzazione doveva creare “un uomo nuovo”. Sartre commentava che bisognava inventare un’umanità diversa, non copiare l’Occidente. Oggi vediamo l’opposto: non invenzione, ma ripetizione; non emancipazione, ma dipendenza.

Il Sud del mondo, quello reale, non ha bisogno della Cina che compra porti, della Russia che recluta mercenari, dell’Iran che reprime, del Venezuela che affama. Ha bisogno di istituzioni solide, di sviluppo equo, di diritti e di democrazia.

E allora il compito ricade su di noi – Europa, Occidente, comunità internazionale – che dobbiamo liberarci dalla tentazione di riprodurre vecchi imperialismi e al tempo stesso smascherare i nuovi. 

Perché non ci sarà pace senza giustizia globale. Solo così il “Sud” tornerà a essere, come fu a Bandung, una categoria della storia e non della propaganda.

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