Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Da un po’ di tempo, per fortuna, si parla di “Restanza”. Il termine esprime il diritto di una generazione, tra i millennial e la cosiddetta GenZ, di poter restare ed avere opportunità nella propria terra. Magari i lavori, le occupazioni che si trovano non sono esattamente quelle pensate dai loro genitori, ma costoro dovrebbero capire che non solo i tempi sono cambiati, ma che loro non hanno fatto nulla, collettivamente, per consentire ai propri figli un modello di vita similare al loro o a quello dei loro genitori. Siamo stati come genitori molto simili alle cicale. Pensavamo che il sistema in cui eravamo inseriti, senza enormi sforzi, potesse autoriprodursi indefinitamente. E forse è stato, nonostante i sensi di colpa di ciascuno, pure meglio. Per coloro che scelgono di restare, nel proprio habitat, nel luogo in cui ci si è costruiti un percorso di vita, di relazioni affettive e culturali, non spiantare la pianta dal suo terreno, è profondamente giusto, ma deve essere anche possibile.
Però io vorrei parlarvi di un’altra parola, un nuovo neologismo, più profondo, ancestrale, curativo, se vogliamo di petaloso. Vorrei parlarvi della TORNANZA, che è il ritorno a casa, alla terra di promesse non mantenute, ma sempre desiata. C’è un lento, sporadico, appariscente come le comete di San Lorenzo, fenomeno che scalda i cuori ormai contenuti, contratti dalle assenze, quello di coloro che scelgono di lasciare il mondo globale, iperuranico, fatto di jungle di grattacieli, di isterismi di Ceo, di linguaggi di Babele e ritmi disumani. Costoro non desiderano più fare carriera nelle savane di Londra, Singapore, Anversa, New York, capiscono che vivere per lavorare, per ingrassare i miliardari alla Musk che aumentano, non è un futuro sostenibile. E scelgono di respirare, vogliono esistere indipendentemente dal lavoro, che all’estero ha ritmi e qualità di vita, nonostante le opportunità, peggiori dei tempi del fordismo descritto da Chaplin in Tempi Moderni. Lavori, consumi a costi proibitivi, dormi, poco e male. E chi lo capisce, vuole come tutti i mammiferi, una cosa sola. Respirare. Possibilmente respirare aria di casa, non sempre facile, costruttiva, favorente, ma che senti tua, se riesci a passare da un pensiero da algoritmo global, a quello personalizzabile glocal. Costoro sono diventati, professional, manager, bravissimi in quello che fanno. Ma quando tornano sanno che dovranno inventarsi altro, quello che facevano non è più riproducibile, devono di nuovo imparare a pensare, dove erano loro lo facevano altri, lo faceva il sistema in cui erano inseriti. Ora devono pensare loro, imparare, per chi non lo aveva mai fatto un lavoro più manuale, meno schematizzato, più personale. Hanno nomi che riecheggiano, si chiamano Federico, Giorgio, Costanza, forse Manfredi, nomi antichi, che odorano di Sicilia. Ma la vera cosa che desiderano è non più vivere per lavorare, ma lavorare per vivere. È il mondo inverso che in Sicilia, nonostante siamo illiberali, nemici del lavoro, creiamo percorsi ad ostacoli o riserve di rendite di posizione, nonostante tutto qui è possibile. Soprattutto è possibile amare. All’estero questi ragazzi hanno sperimentato rapporti, più o meno occasionali, sballottolati da un posto ad un altro, da una Company ad un’altra, ma hanno avuto difficoltà enormi ad amare, a costruirsi identità, a trovare reti affettive ed umane.
E per questi motivi basilari dell’essere uomo/donna, mammifero, non rettile deponente uova, nasce la TORNANZA, il rientro dall’esodo. Sono partiti per crescere, tornano per vivere.
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