Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Accade talvolta che una frase, lanciata in un dibattito televisivo, diventi più pesante delle intenzioni di chi l’ha pronunciata.
«Sparare a Martin Luther King e sparare a Charlie Kirk non è la stessa cosa», ha detto Piergiorgio Odifreddi, e subito si è sollevato un coro di indignazioni e di consensi, di repliche scandalizzate e di approvazioni sussurrate.
Così funziona il tempo presente: una parola detta la sera diventa tempesta il mattino seguente.
Ma dietro il clamore resta una questione che non appartiene soltanto a Odifreddi, né a King, né a Kirk: riguarda noi tutti, riguarda la democrazia, riguarda l’idea stessa di civiltà su cui si fondano le nostre Costituzioni.
Ogni vita è uguale. Non vi è graduatoria possibile, non vi è scala di valori che possa stabilire chi merita più protezione e chi meno.
È l’assioma che i padri costituenti affidarono alla Repubblica dopo la catastrofe delle dittature, è l’eredità dell’Illuminismo europeo, è la lezione che la Resistenza scrisse col sangue: la dignità dell’uomo non è divisibile, non è negoziabile, non è cedibile a nessun potere.
E tuttavia la storia ha i suoi pesi e le sue asimmetrie. L’assassinio di Martin Luther King non tolse soltanto una vita, tolse un simbolo, un profeta, un futuro possibile. Così per Gandhi, così per Rabin, così per altri uomini e donne la cui morte divenne spartiacque di epoche.
La vita è uguale, l’impatto no: e questa è verità che non possiamo fingere di ignorare.
Ma attenzione: se dalla differenza di impatto si deduce una differenza di valore, allora la democrazia è già perduta. Perché nel momento in cui ammettiamo che alcune vite contano meno, abbiamo già accettato la logica del più forte, la logica che ha insanguinato il Novecento, la logica che l’Europa ha giurato di non ripetere mai più.
Difendere i propri amici è facile; difendere i propri avversari è la vera sostanza della civiltà.
La prova della democrazia non è proteggere chi ci somiglia, ma garantire i diritti di chi ci è lontano, persino ostile, persino nemico. È questo che distingue la libertà dal privilegio, l’uguaglianza dalla concessione, la civiltà dalla barbarie.
E dunque, sì: l’impatto della morte di King non è paragonabile a quello di un attivista politico contemporaneo.
Ma la vita è la stessa, e la sua violazione è identica, sempre. Ogni pallottola che colpisce un uomo per le sue idee non colpisce soltanto lui: colpisce la democrazia, colpisce la nostra coscienza, colpisce la fragile architettura che ci tiene insieme.
Questo è il punto che non dobbiamo dimenticare. La vita è uguale, l’impatto no: e se un giorno confonderemo i due piani, se permetteremo che la differenza storica diventi differenza morale, allora avremo smarrito la ragione stessa della nostra libertà.
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