Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Il primo errore in politica è credersi migliori. Il secondo è crederlo così tanto da non studiare l’avversario.

La storia è piena di imperi caduti per eccesso di autostima. La Cina imperiale pensava che gli inglesi fossero mercanti rozzi. Finì umiliata per un secolo. Non perché fosse debole, ma perché non aveva capito chi aveva davanti.

Oggi una parte della sinistra italiana fa lo stesso con Giorgia Meloni. La liquida come “fascista”, categoria buona per le manifestazioni ma inutile per l’analisi. Non la frequenta, non la ascolta, non la prende sul serio. Errore.

Meloni, invece, prende sul serio la politica. Studia. Ha capito — e lo dice — che l’egemonia culturale viene prima dei voti. Non basta vincere le elezioni: bisogna occupare spazi, costruire linguaggi, offrire rappresentanza dove prima c’era un monopolio.

E infatti quegli spazi si stanno aprendo. Nascono femministe di destra, associazioni omosessuali di destra, gruppi di migranti che non si riconoscono più nella retorica progressista. Le idee sono talvolta immature, ma il fatto politico è chiaro: l’alternativa esiste.

Chi viene espulso da un Pride perché non allineato trova un altro approdo. Chi rompe con il proprio mondo religioso e non vuole essere trattato come una vittima del colonialismo culturale trova un’altra sponda.

Non sono episodi. Sono mutazioni. Come non fu un episodio l’arrivo di Berlusconi. Quando cambia il campo da gioco, non si torna indietro per decreto morale.

La scelta di Schlein di puntare su un’identità più radicale può entusiasmare una minoranza, ma rischia di consegnare alla destra pezzi di società che la sinistra considerava acquisiti. In politica nulla è acquisito. Nemmeno gli elettori, nemmeno le battaglie simboliche.

Mentre qualcuno canta vittoria, qualcun altro costruisce consenso. E di solito vince chi costruisce, non chi si compiace.

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