Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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L’Europa, come spesso le accade nei momenti decisivi, ha preferito finora la posizione più comoda: la testa sotto la sabbia e il sedere all’aria. 

Davanti al neoimperialismo di Donald Trump — che non conquista territori ma alleanze, non spara ma ricatta — Bruxelles ha sussurrato quando sarebbe stato invece il caso di gridare. Finché qualcuno, Emmanuel Macron, ha deciso di rompere il silenzio. Con garbo francese, certo. Ma almeno chiamando le cose col loro nome.


Trump, ha detto il presidente francese, tratta il mondo come un Risiko mal giocato: le grandi potenze si spartiscono le caselle, il diritto internazionale finisce nella scatola e il multilateralismo resta a fare la muffa negli scantinati dell’Onu. Gli Stati Uniti, un tempo custodi — spesso ipocriti, ma pur sempre custodi — delle regole comuni, oggi se ne affrancano con la disinvoltura di chi non ha più bisogno di fingere.


Macron non è nuovo a questi scatti di orgoglio europeo, che gli vengono spesso rimproverati come eccessi di protagonismo. Ma questa volta il bersaglio è concreto: la difesa delle regole sul digitale, l’unico vero terreno su cui l’Europa abbia provato a fare l’Europa. Quelle norme che limitano l’arroganza delle Big Tech e che a Washington vengono vissute come un atto di lesa maestà. Non a caso Thierry Breton, uno dei loro architetti, è stato trattato come un appestato alla frontiera americana.


Il punto, però, non è Trump. Trump passa. Il problema è l’Europa, che resta — o dovrebbe restare. Un continente da 450 milioni di abitanti che continua a comportarsi come un condominio litigioso, incapace di decidere se essere potenza o protettorato. Macron lo ha detto senza troppi giri di parole: o si accelera sull’integrazione economica, sul mercato unico dei capitali, sulle agende Draghi e Letta, oppure l’Europa continuerà a esistere solo nei comunicati stampa.


In questo vuoto di leadership, Parigi ha rialzato la testa. Berlino, impantanata nei suoi scrupoli e nei suoi conti, ha perso il passo. E così Macron si muove: parla con Putin, convoca i Volenterosi, ipotizza truppe in Ucraina. Non perché sia diventato improvvisamente De Gaulle, ma perché qualcun altro deve pur farlo.


Resta l’amarezza finale: mentre il presidente francese prova a rimettere l’Europa al centro della partita, la Casa Bianca lo deride con un video da osteria digitale. È il segno dei tempi: la diplomazia ridotta a meme, la politica estera a caricatura.


E l’Europa? Ancora lì, a scegliere se svegliarsi e diventare principessa o continuare a fare lo struzzo. Ma la sabbia, prima o poi, finisce.

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