Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Ogni rivoluzione ha i suoi profeti e i suoi becchini. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Da una parte c’è chi annuncia milioni di disoccupati, dall’altra chi promette un Eden amministrativo dove il cittadino otterrà un certificato prima ancora di averlo chiesto. Come sempre, la verità ha il cattivo gusto di collocarsi nel mezzo.
La pubblica amministrazione italiana ha un rapporto particolare con il tempo. Lo considera una risorsa inesauribile, soprattutto quando appartiene ai cittadini. Code, timbri, protocolli, copie conformi, verifiche, controverifiche: un rito antico che ha trasformato la burocrazia in una disciplina olimpica. Ora arriva un algoritmo e scopre che gran parte di questo lavoro può essere svolto in pochi secondi.
Qualcuno grida allo scandalo. Ma sarebbe come indignarsi perché la calcolatrice ha mandato in pensione l’abaco.
Il punto non è se spariranno gli impiegati. Il punto è quali impiegati serviranno. Per decenni abbiamo costruito uffici nei quali il valore aggiunto consisteva nel trasferire una pratica da una scrivania all’altra. Domani quel trasferimento lo farà un software. E, bisogna riconoscerlo, senza chiedere straordinari.
La conseguenza è semplice e, proprio per questo, spesso ignorata. Meno lavoro ripetitivo significa più bisogno di intelligenza umana. Non meno.
Serviranno informatici che impediscano ai sistemi di collassare al primo aggiornamento. Esperti di cybersicurezza che difendano i dati pubblici meglio di quanto oggi difendiamo le fotocopiatrici. Analisti capaci di leggere milioni di informazioni e trasformarle in decisioni intelligenti. E serviranno dirigenti che sappiano governare questi strumenti invece di subirli.
L’errore più grande sarebbe immaginare che l’intelligenza artificiale possa sostituire il funzionario pubblico. Un algoritmo sa confrontare dati; non sa assumersi responsabilità. Sa proporre una soluzione; non sa risponderne davanti a un giudice, a un cittadino o alla Corte dei conti. La firma resterà umana. E con essa anche gli errori.
Per questo il concorso pubblico del futuro non potrà limitarsi a verificare se un candidato ricorda a memoria un articolo di legge. Dovrà capire se è in grado di interpretare dati, comprendere un sistema informatico, valutare il risultato prodotto da un algoritmo e, soprattutto, riconoscere quando l’algoritmo sbaglia.
La vera rivoluzione non riguarda le macchine. Riguarda le persone.
Per anni abbiamo pensato che la digitalizzazione consistesse nel comprare nuovi computer. Era come credere che bastasse acquistare un pianoforte per diventare Arturo Benedetti Michelangeli. Gli strumenti sono indispensabili, ma senza chi li sa usare restano mobili costosi.
L’intelligenza artificiale farà quello che ogni innovazione tecnologica ha sempre fatto: eliminerà il lavoro meccanico e aumenterà il valore del lavoro intelligente. Non decreterà la fine della pubblica amministrazione. Ne decreterà, semmai, la fine delle abitudini.
Ed è proprio questo che spaventa.
Perché, in fondo, il problema non è il robot. Il problema è convincere chi ha sempre timbrato carte che, da domani, dovrà imparare a leggere il futuro.
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