Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Con gli anni si diventa meno inclini a distribuire sentenze. Si impara che gli uomini sono creature fragili, spesso incoerenti, quasi mai interamente colpevoli o interamente innocenti. La giovinezza divide il mondo tra giusti e sbagliati; la maturità insegna che esistono soprattutto esseri umani.
Eppure ci sono territori nei quali continuo a fare fatica a esercitare la tolleranza. Uno di questi è il profitto costruito sulle debolezze altrui.
Per questo guardo con qualche disagio alla crescente invasione dell’industria delle scommesse nello sport. Il recente caso di Andrea Pirlo, il cui nome era circolato per la panchina della Nazionale salvo poi scontrarsi con il suo ruolo di ambasciatore di Fonbet, non mi pone un problema geopolitico. Non è perché Fonbet sia russa, anche se il momento storico rende il dettaglio poco irrilevante. È perché Fonbet vive di gioco d’azzardo.
Lo stesso fastidio lo provo quando vedo una squadra discussa e discutibile come l’Inter indossare sulla maglia il marchio di una società di scommesse. È diventato tutto normale. Gli stadi, le televisioni, le piattaforme digitali, perfino gli ex campioni sembrano parlare la stessa lingua: quella delle quote, dei bonus, delle giocate, dell’adrenalina.
Ma dietro questa elegante operazione di marketing c’è molto meno glamour di quanto si voglia raccontare. Ci sono famiglie indebitate, patrimoni dissolti, rapporti spezzati, dipendenze che crescono nel silenzio. La ludopatia non riempie gli stadi e non produce spot emozionanti. Entra nelle case in punta di piedi.
Sono un antiproibizionista. Lo sono sempre stato. Diffido dello Stato quando pretende di educare i cittadini a colpi di divieti. Ognuno dovrebbe essere libero perfino di sbagliare. Continuo a bere un bicchiere di vino senza sentirmi in colpa e non amo chi pretende di spiegarmi come vivere.
Se dovessi pagare il conto delle mie imprudenze, non cercherei colpevoli altrove. Le responsabilità personali non sono un’opinione.
Ma una cosa è la libertà di scegliere i propri vizi. Un’altra è costruire un’intera industria affinché quei vizi diventino sempre più frequenti, più accessibili e più redditizi.
I vizi esistono da quando esiste l’uomo. Alcol, tabacco, prostituzione, gioco d’azzardo. Probabilmente continueranno a esistere anche quando noi non ci saremo più. Illudersi di eliminarli è ingenuo.
La domanda politica è un’altra: chi deve guadagnare da quei vizi?
Per anni si è parlato con disprezzo di “Stato biscazziere”. Non mi ha mai convinto quella definizione. Così come non mi convince chi parla di “Stato spacciatore” per il monopolio dei tabacchi.
Tra il monopolio pubblico e il mercato senza freni, continuo a considerare meno pericoloso il primo. Non perché lo Stato diventi improvvisamente virtuoso, ma perché almeno gli utili, in teoria, possono tornare alla collettività: ospedali, scuole, ricerca, prevenzione, cura delle dipendenze. Quando invece il mercato è lasciato ai privati, il profitto diventa l’unico parametro di giudizio. E il profitto, per sua natura, non conosce moderazione.
La trasformazione del gioco d’azzardo racconta perfettamente questa evoluzione. C’è stata un’epoca in cui mio padre compilava una schedina del Totocalcio la domenica, aspettando una settimana per conoscerne l’esito. Oggi basta uno smartphone per scommettere in ogni momento della giornata, su qualsiasi evento, da qualsiasi luogo.
Il gioco è diventato permanente.
Anche i numeri lo dimostrano. Nel 2025 gli italiani hanno giocato quasi 165 miliardi di euro, una cifra che sfiora il sette per cento del prodotto interno lordo. Le sole scommesse sul calcio valgono circa sedici miliardi. Il margine del banco supera abbondantemente i venti miliardi.
Quanto alle vittime, è più difficile contarle. La ludopatia è una malattia discreta: raramente si dichiara, quasi mai si esibisce. Le stime parlano di centinaia di migliaia di persone dipendenti e di oltre un milione di giocatori problematici. Numeri sufficienti per capire che non si tratta più di un fenomeno marginale.
Ciò che più colpisce, però, non sono le cifre.
È l’assuefazione.
Abbiamo smesso di stupirci. Consideriamo normale che un campione dello sport promuova il gioco d’azzardo. Normale che una squadra storica porti il nome di un bookmaker sulla maglia. Normale che il divieto di pubblicità venga aggirato con elegante fantasia.
Il banco vince sempre. Non solo nei numeri, ma nella nostra testa. Come alla roulette: la pallina gira e ci illudiamo di leggere un destino, di intravedere un ordine nel caso, di avere ancora controllo.
Vince quando ci convince che non stiamo perdendo nulla, che quelle fiches sono solo plastica senza peso. E quando ce ne accorgiamo, è già finita: il croupier ha raccolto tutto con un gesto rapido e silenzioso. E noi abbiamo già perso, molto prima di renderci conto di aver giocato.
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