Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Una costante attraversa l’intera parabola politica di Donald Trump: l’assenza di un principio che non sia negoziabile. Valori, alleanze, diritti umani, persino la vita di migliaia di persone diventano variabili secondarie, sacrificabili sull’altare dell’interesse immediato. L’Iran, oggi, è solo l’ennesimo capitolo di una storia già vista.


Di fronte a una repressione che ha assunto i contorni di un massacro sistematico, Trump ha prima strizzato l’occhio ai manifestanti, promettendo sostegno e lasciando intendere un possibile intervento. Poi, con la stessa rapidità con cui cambia tono in un comizio, ha fatto marcia indietro, rifugiandosi dietro numeri inventati e narrazioni rassicuranti, utili solo a giustificare l’inazione. Non prudenza strategica, ma puro opportunismo: l’arte di dire tutto e il contrario di tutto, purché torni utile nel breve periodo.


La verità è che Trump non è mai stato interessato alla difesa della democrazia o dei diritti civili. Laddove non ci sono petrolio, vantaggi economici o ritorni elettorali immediati, l’indignazione si spegne. Laddove invece c’è il rischio di un aumento del prezzo del greggio, di un contraccolpo sull’inflazione o di una perdita di consenso interno, ecco che la sofferenza di un popolo diventa improvvisamente un dettaglio trascurabile. Non una tragedia, ma un problema di comunicazione.


Questo cinismo non è una deviazione, è il metodo. Trump utilizza la retorica morale come una clava quando serve colpire un avversario e la getta via quando diventa un ostacolo. Così ha fatto con l’Iran, come prima con la Siria, con i curdi, con l’Ucraina e con chiunque abbia avuto la sventura di credere che dietro i suoi proclami ci fosse una qualche coerenza etica.


Il risultato è un’America percepita come inaffidabile, incapace di sostenere fino in fondo le proprie parole. Un’America che promette e non mantiene, che incoraggia e poi abbandona, lasciando sul terreno morti veri mentre a Washington si fanno calcoli di convenienza. Per i manifestanti iraniani, quella promessa non mantenuta non è una sconfitta diplomatica: è una condanna a morte.


L’opportunismo di Trump è infido proprio perché si traveste da realismo. Ma il realismo, quando diventa indifferenza morale, non è pragmatismo: è complicità. E ogni volta che un leader occidentale sceglie il silenzio o la menzogna per proteggere i propri interessi, manda un messaggio chiarissimo ai regimi autoritari del mondo: si può uccidere, purché lo si faccia lontano dagli interessi giusti.


Alla fine, ciò che resta non è solo il fallimento di una politica estera, ma il fallimento di un’idea di leadership. Perché un presidente che tratta i diritti umani come merce di scambio non è solo opportunista: è profondamente amorale. E il prezzo di questa amoralità, come sempre, non lo paga chi governa, ma chi muore credendo ancora nelle promesse dell’Occidente.

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