Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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La discussione che serpeggia attorno a Palazzo Zanca non riguarda un’emergenza amministrativa né una crisi politica conclamata. Riguarda altro, e altrove guarda. 

L’ipotesi delle dimissioni anticipate del sindaco Federico Basile — per portare Messina al voto nell’estate del 2026 anziché nel 2027 — è una scelta che ha natura squisitamente politica e finalità eminentemente strategiche.

Basile è, nei fatti, un sindaco derivato. La sua esperienza nasce e si regge nel solco tracciato da Cateno De Luca, leader di Sud Chiama Nord, che a Messina ha costruito il proprio laboratorio di potere. Le eventuali dimissioni non risponderebbero a un fallimento amministrativo, ma a un calcolo elettorale: evitare un triplo election day nel 2027 (Comunali, Regionali, Politiche), sottrarre Messina a un calendario potenzialmente favorevole al centrodestra, consentire allo stesso De Luca di giocare la sua partita regionale o nazionale senza il fardello del governo cittadino.

Ma la politica, quando perde il senso del limite, diventa azzardo. Le dimissioni del sindaco porterebbero automaticamente al commissariamento del Comune e della Città Metropolitana. 

Ordinaria amministrazione, decisioni sospese, opere strategiche rallentate. In una città già segnata da mareggiate, dissesto, infrastrutture fragili e cantieri aperti, il commissariamento non è una parentesi neutra: è un vuoto di governo.

C’è di più. Se il presidente della Regione, Renato Schifani, decidesse di anticipare il turno elettorale, Messina rischierebbe di restare fuori dalle finestre previste dalla legge e di rimanere commissariata fino al 2027. Per evitarlo con certezza, i numeri dicono che Basile dovrebbe dimettersi entro una data strettissima. Una corsa contro il tempo che espone la città a un rischio istituzionale serio.

Nel frattempo, lo scenario politico esterno non è favorevole a chi immagina una regia benevola. Schifani, dopo aver sperimentato l’inaffidabilità politica di De Luca, non ha alcun interesse a facilitare una strategia che rafforzerebbe Sud Chiama Nord. Il 2027, al contrario, potrebbe trasformarsi in un grande election day nazionale e regionale, potenzialmente vantaggioso per il centrodestra e penalizzante per il movimento del politico di Fiumedinisi.

Messina, così, smette di essere soggetto e diventa oggetto. Campo di battaglia di strategie che nulla hanno a che vedere con il bene della città e molto con il posizionamento personale di un leader.

La domanda, allora, non è se Basile possa dimettersi. È perché dovrebbe farlo e a vantaggio di chi. Non c’è un’urgenza amministrativa che giustifichi il rischio del commissariamento. Non c’è una crisi irreversibile in Consiglio comunale. C’è, invece, una convenienza elettorale che guarda oltre lo Stretto, oltre Palazzo Zanca, oltre Messina stessa.

Ed è qui che il nodo diventa politico ed etico. Sud Chiama Nord è nato proclamandosi alternativa al cinismo della vecchia politica, movimento dei territori contro i giochi romani e palermitani. Ma usare Messina come leva tattica, come clava contro Schifani o come scacchiera per il 2027, significa replicare esattamente ciò che si diceva di voler superare.

La storia recente dovrebbe consigliare prudenza. L’unica volta in cui Messina votò fuori dal calendario ordinario fu dopo due anni e mezzo di commissariamento: un’anomalia, un trauma istituzionale, un precedente che non dovrebbe essere evocato con leggerezza.

La domanda finale è semplice, e non ideologica: Messina è il fine dell’azione politica di Sud Chiama Nord o soltanto un mezzo? Se è un mezzo, i messinesi hanno il diritto di saperlo. Se è un fine, allora la responsabilità impone una scelta chiara: anteporre la città alle ambizioni personali.

Il resto è tattica. Ma una città non si governa con le tattiche. Si governa con passione, dedizione e senso del limite. Tutto il contrario dell’azzardo.

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