Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Le parole dell’ex assessore del Comune di Messina, Carlotta Previti, sul destino dell’area dell’ex Mercato Ittico e sull’abbandono del progetto I-Hub meritano di essere prese sul serio.
Non solo perché provengono da chi quel progetto lo ha ideato e difeso, ma perché toccano un nervo scoperto della politica urbana messinese: la difficoltà di scegliere tra visione strategica e interventi cosmetici.
Il cuore della questione è tutto in un’espressione: “economia del belvedere”. È una formula efficace, quasi brutale nella sua chiarezza. Significa ridurre lo sviluppo di una città a ciò che è immediatamente visibile, fotografabile, spendibile in termini di consenso. Una terrazza panoramica, un giardino urbano, un luogo da attraversare e contemplare. Tutto legittimo, perfino piacevole. Ma non necessariamente generatore di economia, lavoro e futuro.
Il progetto I-Hub dello Stretto nasceva con un obiettivo completamente diverso: trasformare un’area strategica di Messina in un polo di innovazione tecnologica, capace di attrarre imprese, start-up e investimenti internazionali, con il coinvolgimento dell’Università e di grandi player del digitale. L’idea era quella di creare una vera cittadella dell’innovazione, un ecosistema dove ricerca, impresa e formazione potessero incontrarsi e generare opportunità per i giovani. 
Non era un progetto simbolico o decorativo. Era un progetto di politica industriale urbana.
Ed è proprio questo il punto sollevato da Previti: sostituire una prospettiva di sviluppo con un intervento urbanistico più leggero – una terrazza panoramica o un parco urbano – significa cambiare completamente la natura dell’intervento. Negli ultimi mesi, infatti, il piano originario sembra essersi dissolto, lasciando spazio a ipotesi molto più modeste di riqualificazione dell’area. 
Non si tratta di una disputa tecnica. È una questione di modello di città.
Una città può scegliere di vivere di turismo occasionale, eventi e spazi scenografici. Oppure può tentare la strada più difficile: costruire infrastrutture economiche, attrarre imprese, creare luoghi di produzione di conoscenza e lavoro qualificato.
Il problema è che la prima strada è più facile da raccontare.
La seconda richiede tempo, competenze e una classe dirigente capace di sostenere scelte impopolari nel breve periodo.
Messina, come molte città del Sud, ha un problema strutturale: l’emigrazione dei giovani qualificati. Ogni anno laureati, ricercatori e professionisti lasciano lo Stretto perché non trovano opportunità adeguate. Un polo tecnologico non avrebbe risolto da solo questa emorragia, ma avrebbe rappresentato un segnale di direzione.
Una terrazza panoramica, invece, manda un messaggio diverso:
che il destino della città è quello di guardare il paesaggio, non di costruire il futuro.
È qui che l’espressione “economia del belvedere” diventa potente. Non è una critica estetica. È una critica politica. Significa denunciare una città che rischia di accontentarsi di valorizzare la propria bellezza, senza dotarsi degli strumenti per produrre ricchezza.
E Messina, paradossalmente, avrebbe tutte le carte per fare di più:
un’università storica, una posizione strategica nel Mediterraneo, una ZES, infrastrutture portuali, un patrimonio urbano da rigenerare.
La domanda quindi non è se serva una terrazza panoramica.
La domanda è se basti una terrazza panoramica per immaginare il futuro di una città.
Le osservazioni di Carlotta Previti sono condivisibili proprio per questo: perché riportano il dibattito dove dovrebbe stare. Non su una singola opera, ma su una visione di sviluppo.
E una città senza visione, prima o poi, finisce davvero per vivere soltanto di belvedere.
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