Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Nella vita delle istituzioni democratiche c’è un momento in cui le parole smettono di descrivere la realtà e cominciano a rivelare chi le pronuncia. 

È ciò che accade quando, dopo otto anni di governo continuo, pieno, capillare, si scopre all’improvviso che una città sarebbe diventata “ingovernabile”. 

Non perché paralizzata da un conflitto insanabile, non perché priva di una maggioranza numerica, ma perché quella maggioranza — per la prima volta — non è più assoluta, non è più automatica, non è più obbediente.

Qui sta il nodo. La governabilità evocata non è quella prevista dalla Costituzione, che vive di equilibrio, confronto e persino di sconfitta. È una governabilità proprietaria, fondata sull’idea che il potere, una volta conquistato, debba continuare a fluire senza attriti, come un diritto naturale e non come una concessione temporanea dei cittadini.

Quando questo flusso si interrompe — quando un consigliere dissente, quando un voto non passa, quando il Consiglio torna a essere un luogo politico e non un passaggio tecnico — la reazione non è il confronto, ma la delegittimazione del contesto. Non si dice: “negoziamo”. Si dice: “non si può governare”.

La decisione di dimettersi e di anticipare il voto va letta dentro questa cornice. Non come gesto di responsabilità istituzionale, ma come scelta strategica. Anticipare per evitare. Azzerare per ripartire. Scommettere sul tempo breve per non affrontare il tempo lungo. È una logica che non nasce oggi e che appartiene a una stagione della politica italiana in cui il consenso non si rigenera, si conserva; non si conquista, si difende.

Ma sotto la superficie della tattica elettorale si muove qualcosa di più profondo e più inquietante: la paura del giudizio. Non quello immediato delle urne, ma quello successivo, paziente, implacabile dei numeri. I bilanci, i disavanzi, i rilievi, le osservazioni reiterate della Corte dei Conti non sono soltanto questioni tecniche. Sono il luogo in cui la politica incontra la verità, spogliata della narrazione. Ed è comprensibile — umanamente, non politicamente — che chi ha governato a lungo tema il momento in cui altri possano aprire quei cassetti senza reverenza.

In questo senso, la frase secondo cui “Messina non deve essere ostaggio della politica” assume un significato capovolto. Perché non è la politica, intesa come pluralismo e conflitto regolato, a tenere in ostaggio la città. È, semmai, una concezione personalistica del potere, in cui l’autonomia delle istituzioni viene subordinata alla fedeltà verso un centro esterno, verso un fondatore, verso un garante che autorizza e disautorizza.

Il sindaco dimissionario appare così non come il protagonista di una scelta, ma come l’esecutore di una decisione maturata altrove. La sua figura politica non si è mai davvero emancipata, non ha costruito un rapporto diretto e autonomo con la città, non ha mai sperimentato la solitudine del comando, che è il prezzo inevitabile della leadership autentica. E senza autonomia non c’è responsabilità; senza responsabilità, ogni dissenso diventa un pericolo esistenziale.

Il problema, dunque, non è la crisi di governabilità. È la crisi di legittimazione. Una città di oltre duecentomila abitanti non può essere amministrata come una proiezione personale, né come una dependance di un progetto che ha il suo baricentro altrove. Quando la politica rinuncia a misurarsi con il limite — il limite del consenso, dei numeri, delle istituzioni — smette di essere governo e diventa gestione difensiva del potere.

E questo, più di ogni rendiconto, più di ogni scadenza elettorale, è il segnale più chiaro dello stato di salute della democrazia locale.

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