Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

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Questa disfida a mezzo stampa non è nuova, ma ha alzato l’asticella quando Il senatore Giorgio Mulè, uomo di eloquente favella e innegabile ragionamento analitico, ha provocatoriamente avanzato il concetto al dogma storico del centrodestra: governante uscente non si cambia. Lui vuole cambiare Schifani da tempo, e aspira, forse in mancanza di capitani coraggiosi, a candidarsi egli stesso al vertice dell’isola continente chiamata Sicilia. L’inizio fu la vicenda dell’Asp di Trapani per i referti oncologici. Il suo fu un attacco ai vertici della Sanità siciliana, nominati da Schifani. Raramente la Sicilia viene portata in interrogazione al parlamento nazionale, soprattutto dal centrodestra, quando vieppiù esso governa sull’isola. L’attacco in questo caso non fu amministrativo ed isolato, ma esplicitamente politico. Giorgio Mulè non è un senatore qualsiasi, fa parte di quella pletora di giornalisti ed uomini di comunicazione sempre vicini a Berlusconi, ed oggi è uno degli uomini più vicini a Marina che in qualità di Ceo di Mondadori lo ha messo per anni alla guida di Panorama, il settimanale di famiglia. La sua potrebbe essere vista, ed alcuni l’hanno commentata così, vedi Gasparri, come una classica uscita donchisciottesca, da lancia in resta contro i mulini a vento. Di fatto declassandolo a comportamento velleitario, da cane che abbaia ma non morde. Mulè lamenta un fatto notorio a tutti, lapalissiano si potrebbe dire, che in FI siciliana non c’è dibattito né democrazia, non ci sono segreterie regionali o luoghi di discussione interna. Questo in Sicilia, ma non solo, non avviene in nessun partito, Fratelli d’Italia è stata addirittura commissariata, e il decantato dibattito democratico del PD ha prodotto il grande cambiamento del nuovo segretario con il vecchio segretario, con una rilevante parte del partito che ha disertato il congresso. E come si sa se non c’è dibattito, discussione, pluralismo di idee e posizioni, la politica latita, restano i politici ed il potere, per chi ce l’ha. Colui che oggi ce l’ha, il Presidente Schifani, lo ha causticamente invitato a raccogliere le firme, come prescrive la legge, per candidarsi. Lo ha fatto, pur non avendone obbligo o vantaggio, dalla comoda posizione di presidente in carica a due anni ancora dalle elezioni, cosa che fa riflettere onestamente.

È qui casca l’asino dell’ambiguità siciliana, che “chiagne e futte” o lecca le posterga del potere di turno. C’è un evidente malumore nel centrodestra siciliano che ne ha paralizzato l’attività legislativa, lamenti ed urla più sussurrate che esclamate. Il senatore Mulè si erge con enfasi spagnolesca, tipicamente palermitana, a Don Chisciotte de Las Casas di Arcore, più che de la Mancia, forse con qualche Sancho Panza di supporto. Lo fa con la nobiltà d’animo di color che al banchetto siciliano non si son mai seduti, per cui privo di scheletri nell’armadio. Ma una cosa, importante, è la comunicazione, tra giornali e social, altra è la politica. Schifani lo sfida, ed in politica, come in guerra, chi viene sfidato accetta la tenzone, o si ritira nell’ombra. Per cui nonostante manchino due anni all’elezioni regionali il senatore Mulè dovrebbe cominciare a mettere i banchetti, se vuole fare politica, e non il politico cooptato, cosa di cui possibilmente, anzi sicuramente è capace. Ma lo deve dimostrare, sporcandosi faccia e mani sul territorio, avanzando proposte e raccogliendo firme sulla sua candidatura. Non può certo aspettare che Schifani, si tolga davanti da solo, magari per inciampi giudiziari di coalizione, o che il coordinatore nazionale del suo partito, Tajani, vicepremier e diplomaticissimo ministro, lo elevi alla suprema carica. Deve accettare il guanto, e con calma, e scarpe buone, percorrere le contrade sicule, con carta e penna per raccogliere firme. Si deve ovviamente cercare alleati confacenti, e non retro sussurranti, che escano dal gioco delle tre carte, dei voti franchi e segreti, e che sfidino l’attuale leadership, mettendoci per primi la faccia. Ovviamente il pensiero va al raggruppamento di cui fanno parte alcuni moderati, più che a gente come La Vardera, come il gruppo che tiene insieme Miccichè e Lombardo, oltre che il Sindaco di Palermo Lagalla, oltre che a quello di Saverio Romano. E poi ci sono gli altri scontenti di FI, che a volte addirittura rimpiangono l’ex Viceré Miccichè. Il rischio è quello di diventare il vessillo, o il capro espiatorio, del malcontento, ma la politica, come tutte le avventure umane, conserva l’imperfezione della sua natura sociale. Ma senza visione, per quanto rischiosa, di futuri alternativi, la politica non produce assolutamente nulla, se non lo status quo. Per cui ci aspettiamo, per la crescita del dibattito politico siciliano, che la sfida politica sia accettata. In caso contrario consigliamo al Senatore il famoso motto dei Carabinieri.

 

 

 

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