Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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A Washington si va consolidando una convinzione che ha il sapore delle verità semplici, quelle che rassicurano chi le pronuncia più di quanto descrivano il reale: l’Europa è un intralcio. 

Un fastidio metodico, quasi metafisico, perché insiste nel porre domande là dove il potere preferirebbe imporre risposte. 

Domande sulle regole, sul limite, sulla responsabilità. Domande che nell’era digitale diventano ancora più scomode, perché interrogano il rapporto tra libertà e dominio, tra tecnica e coscienza.

In questo spazio rarefatto, dove la politica sembra aver abdicato al pensiero lungo, resta di fatto solo l’Unione europea a tentare una legislazione che non sia mera ratifica dei rapporti di forza. Non per nostalgia regolatoria, ma per una concezione dell’uomo che precede il mercato e non gli è subordinata. È un gesto quasi anacronistico, e proprio per questo profondamente politico.

Donald Trump, che della semplificazione ha fatto una cifra esistenziale prima ancora che comunicativa, costruisce intanto un racconto che ha bisogno di una frattura netta tra un prima e un dopo. L’America di ieri — a suo dire — era il caos; quella di oggi è la redenzione. Ma ogni narrazione salvifica, quando manca di fondamento, deve moltiplicare i nemici per legittimarsi. È una legge antica del potere: l’identità si rafforza solo se si oppone a qualcosa.

Così il presidente americano finisce prigioniero della propria rappresentazione. Più il consenso vacilla, più il mondo esterno diventa ostile; più i risultati sono evanescenti, più devono essere proclamati come epocali. È un meccanismo che non ammette pause, perché fermarsi significherebbe guardare nel vuoto.

In questa geografia del risentimento, l’Europa occupa un posto singolare. Non è una superpotenza, e proprio per questo non può essere accusata di imperialismo classico. Ma è portatrice di un’altra idea di ordine: fondata sul diritto, sulla mediazione, sul primato della norma rispetto alla forza. Per Trump, che legge la politica come una transazione permanente, questa è un’anomalia intollerabile.

Accanto all’Europa, Zelensky: figura tragica e insieme simbolica. Non solo il presidente di un Paese aggredito, ma l’incarnazione di un rifiuto. Rifiuto di piegarsi alla violenza come destino, di accettare la pace quando è soltanto un altro nome della resa. In lui si riflette ciò che le grandi potenze temono di più: la resistenza morale di chi non ha nulla da offrire se non la propria dignità.

Il ricatto — “tu mi imponi regole, io ti chiudo le porte” — è l’espressione più nuda di questa visione. Infantilismo nei toni, brutalità nei contenuti. L’America che proclama il ritorno a se stessa continua però a intervenire ovunque, in una contraddizione che non è solo strategica ma concettuale: si nega l’universalismo dei valori mentre si pratica quello della forza.

Il raid in Nigeria, consumato quasi distrattamente nel tempo sospeso delle feste, è un episodio che rivela l’essenza di questa politica: azioni scollegate da una visione, colpi simbolici più che necessari, in un mondo ridotto a scacchiera indistinta.

E allora l’Europa, con tutte le sue fragilità e le sue lentezze, appare per ciò che è: l’ultimo baluardo contro la riduzione della politica a pura potenza. Non una fortezza, ma una soglia. Il luogo in cui si continua a pensare che il limite non sia una debolezza, bensì la condizione stessa della civiltà. In tempi di imperi rumorosi e di silenzi complici, non è poco.

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