Maurizio Zoppi
Scrivo, parlo, respiro... ma non sempre in quest’ordine
Dividere la carriera dei magistrati non è un atto ostile, né una vendetta mascherata da riforma. È, prima di tutto, un gesto di rispetto. Rispetto verso chi entra in un’aula di giustizia con il peso di un’accusa sulle spalle e spesso ne esce anni dopo con una assoluzione in tasca e il vuoto intorno. Senza applausi. Senza scuse. Senza restituzione del tempo perduto.
Al Palazzo di Giustizia non abitano santi, né divinità. Abitano uomini e donne in carne e ossa, con pregi e difetti, sensibilità, convinzioni, ambizioni. Esattamente come tutti noi. Pensare che l’essere magistrati renda immuni dall’errore è una forma di superstizione laica, non molto diversa dalla fede cieca. E la giustizia, per essere tale, non può basarsi sulla fede, ma sull’equilibrio dei poteri e sulla trasparenza dei ruoli.
Chi riduce la separazione delle carriere a una battaglia politica sbaglia bersaglio. Qui non si tratta di destra o sinistra, di garantisti contro giustizialisti, di tifoserie urlanti. Qui si parla di persone processate. Di vite sospese. Di dieci anni passati a difendersi da un’accusa che “non sussiste”, formula asettica dietro cui spesso si nasconde una devastazione silenziosa: reputazione distrutta, lavoro perso, relazioni incrinate. E alla fine, quando arriva l’assoluzione, non arriva nemmeno una parola in più. Nessun “abbiamo sbagliato”. Nessun “ci dispiace”.
Separare le carriere significa chiarire i ruoli, non delegittimare la magistratura. Significa evitare che chi accusa e chi giudica condividano lo stesso percorso, la stessa cultura professionale, lo stesso orizzonte. Significa rafforzare l’imparzialità, non indebolirla. Perché un giudice deve essere, e apparire, terzo. Sempre. Anche agli occhi di chi è imputato.
La vera giustizia non teme le riforme. Le riforme le accetta, se servono a rendere il sistema più umano, più giusto, più credibile. Chi ha conosciuto la giustizia “sulla propria pelle” lo sa: il problema non è punire i colpevoli, ma non distruggere gli innocenti lungo il cammino.
Dividere le carriere non è una resa dello Stato. È un atto di maturità. È dire, finalmente, che il potere va controllato, sempre. Anche – e soprattutto – quando indossa una toga.
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