Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Arriva sempre il momento in cui la realtà smette di tollerare le scuse.
Non lo annuncia, non concede preavvisi: semplicemente impone una scelta.
È in questi frangenti che la storia torna a farsi sentire, non come materia da manuale, ma come forza viva che divide, costringe, giudica.
Mark Carney e Volodymyr Zelensky provengono da universi lontani, eppure condividono una stessa lucidità: la storia non aspetta il nostro comodo.
Il primo ha imparato che i numeri non sono innocenti e che l’economia, quando finge neutralità, finisce per diventare complice dell’instabilità. Il secondo ha scoperto, sulla propria pelle, che la politica internazionale non è fatta di formule eleganti, ma di decisioni che pesano quanto le armi.
A unirli è il rifiuto delle illusioni. L’illusione di mercati eternamente razionali alimentati da una crescita infinita.
L’illusione di una pace garantita per inerzia. L’illusione più pericolosa di tutte: quella di potersi tenere fuori dalla storia, come se il presente fosse una parentesi e non una resa dei conti.
La storia, invece, è brutale nella sua semplicità. Non accetta rinvii e non distingue tra colpevoli e distratti. Chiede scelte, e le scelte comportano costi.
Oggi la vera merce rara non è il coraggio declamato, ma la consapevolezza dei limiti: sapere che la libertà non è gratuita, che la stabilità va difesa, che l’ambiguità è spesso solo un’altra forma di resa.
In tempi come questi, governare significa rinunciare alla comodità delle mezze frasi. Chi continua a cercare rifugio nell’equivoco lo fa per calcolo o per paura. Ma la storia non si lascia ingannare.
Alla fine, la regola è sempre la stessa: non siamo noi a fare i conti con la storia, è la storia che presenta il conto a noi. E arriva sempre puntuale.
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