Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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La storia dell’Autogrill, raccontata dalla trasmissione d’inchiesta “Report”, nasce come una di quelle vicende che sembrano scritte apposta per la televisione: un incontro misterioso, Matteo Renzi, un personaggio straniero, i servizi segreti, una presunta testimone, mezze rivelazioni e quel tanto di segreto che basta a trasformare una notizia in una spy story.


Per anni la vicenda è stata raccontata così. E, puntata dopo puntata, il sospetto ha finito per assumere la consistenza della certezza.


Poi, il 31 agosto 2026, è arrivato il giorno delle carte.


Con la rimozione del segreto d’ufficio sulla vicenda, quella costruzione narrativa è stata finalmente sottoposta alla prova meno spettacolare e più crudele che esista per un’inchiesta giornalistica: la realtà.


Il risultato, almeno per quanto riguarda alcuni degli elementi sui quali la storia era stata costruita, è piuttosto imbarazzante.


La famosa “professoressa testimone”, quella figura che nella narrazione televisiva aveva assunto quasi il ruolo di testimone privilegiata dell’affaire, non risulta essere quel personaggio decisivo che per anni ci è stato fatto immaginare.


La professoressa, insomma, si è fatta cercare parecchio.


E non si è trovata.


In compenso, nelle carte e nelle ricostruzioni della vicenda compaiono figure come Parolisi e Bernardini, persone che, secondo quanto emerso, avevano rapporti o collegamenti con ambienti dell’intelligence.


Naturalmente non basta conoscere un agente dei servizi per diventare un agente dei servizi. E non basta frequentare certi ambienti per trasformare una persona in un complottista professionista.


Ma per un’inchiesta giornalistica dovrebbe essere sufficiente per porre una domanda elementare: chi erano le fonti e quale interesse avevano a raccontare quella storia?


Domanda semplice.


Forse troppo semplice.


Perché il problema di una fonte non è soltanto sapere se dice il vero. È sapere chi è, perché parla, per chi parla e che cosa spera di ottenere parlando.


Questa è la differenza tra il giornalismo d’inchiesta e il giornalismo che si limita a mettere in fila le suggestioni.


Nel frattempo, Matteo Renzi è stato sottoposto per anni al trattamento che la televisione sa riservare magnificamente a chi diventa il protagonista di una storia costruita intorno al sospetto: titoli, allusioni, domande, immagini, ricostruzioni, insinuazioni.


Il sospetto, in televisione, ha una vita meravigliosa.


Non muore mai.


Si riproduce.


Un dubbio diventa un interrogativo. L’interrogativo diventa una ricostruzione. La ricostruzione diventa una narrazione. E la narrazione, dopo essere stata ripetuta abbastanza volte, finisce per essere ricordata come un fatto.


È una tecnica antica.


Non occorre nemmeno mentire. Basta raccontare abbastanza a lungo una cosa senza dimostrarla.


Il problema è che il giornalismo dovrebbe fare esattamente il contrario.


Dovrebbe prendere una storia affascinante e provare a distruggerla.


Dovrebbe cercare ciò che la smentisce.


Dovrebbe mettere le proprie fonti sotto processo prima ancora di mettere sotto processo il protagonista dell’inchiesta.


Soprattutto quando il protagonista è un uomo politico.


Perché se una televisione pubblica costruisce per anni una narrazione che contribuisce a demolire la reputazione di un politico, il problema non è soltanto stabilire se quel politico ci sia simpatico o antipatico.


Il problema è il metodo.


E qui il metodo comincia a scricchiolare.


La domanda, allora, diventa inevitabile: Report ha fatto giornalismo o ha finito per fare da megafono a una guerra interna agli apparati?


Non è un’accusa.


È una domanda giornalistica.


Ed è precisamente il tipo di domanda che una trasmissione d’inchiesta dovrebbe essere la prima a porsi.


Perché quando una fonte arriva da ambienti dell’intelligence, la prudenza dovrebbe raddoppiare, non dimezzarsi.


I servizi segreti fanno il loro mestiere nell’ombra.


I giornalisti dovrebbero fare il loro alla luce.


Quando le due professioni si avvicinano troppo, il rischio è che il giornalista finisca per raccontare una guerra che non conosce, utilizzando armi che non controlla.


E che qualcuno, dall’altra parte, abbia semplicemente trovato un ottimo modo per combatterla.


La cosa più curiosa è che, alla fine, non è servito un contro-servizio segreto.


È bastato togliere il segreto.


Le carte hanno fatto quello che spesso fanno le carte: hanno tolto poesia alla storia.


La professoressa che avrebbe dovuto essere uno dei pilastri della vicenda appare molto meno solida di quanto fosse sembrato.


Le “barbe finte” — se vogliamo usare il linguaggio da spy story che tanto piace alla televisione — invece sembrano essere parecchie.


E così la grande inchiesta che doveva raccontare una storia di potere, segreti e complotti rischia di raccontarne un’altra.


Quella di un giornalismo che, forse, si è innamorato troppo della propria storia.


Il 31 agosto non ha necessariamente stabilito tutta la verità sul caso Autogrill.


Ha però fatto qualcosa di più importante: ha tolto il sipario.


E quando cade il sipario, lo spettatore finalmente vede il palcoscenico.


Può scoprire che il protagonista non era dove gli avevano detto.


Che il testimone forse non era quello che sembrava.


E che dietro le quinte c’erano comparse molto meno casuali di quanto sarebbe stato conveniente sapere.


Resta Renzi.


Resta la gogna mediatica.


Resta una storia raccontata per anni.


E resta soprattutto una domanda alla quale sarebbe bene che qualcuno rispondesse, magari senza telecamere, senza musiche drammatiche e senza misteri:


chi ha raccontato questa storia a Report?


Perché il giornalista può sbagliare.


Può essere ingannato.


Può prendere una cantonata.


Ma quando scopre che la fonte sulla quale ha costruito una storia non era quella che credeva, il minimo che dovrebbe fare è raccontarlo.


Tutto.


Anche ciò che fa male alla propria inchiesta.


Altrimenti non è più il giornalismo a cercare la verità.


È la verità a dover inseguire il giornalismo.


E questa, per una trasmissione che si chiama Report, sarebbe davvero una curiosa inversione delle parti.


Se questo è Report, forse sarebbe arrivato il momento di fare un servizio sul servizio.

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