Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

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Parafrasando un suo antico conterraneo, Marco Porcio Catone, il funambolico Calenda, il Censore dei giorni nostri, auspica che la Sicilia venga commissariata ed il suo Parlamento spianato, come la Carthago di duemila e passa anni fa. Ma come mai il pariolino della Roma bene, l’ex manager Ferrari e confindustriale a primo incarico, il figlio di mamma Comencini parla di Sicilia fuori da essa?

In gran parte perché qui non è territorialmente percepito, candidò in solitaria un presidente alla regione che lo mollò il giorno dopo, non ha consiglieri regionali e non sa proprio dove stanno di casa le istituzioni isolane. Potrebbe essere il rancore di un amante rifiutato, un vespro mai nato, una diatriba da Cavalleria rusticana in cui il politico romano potrebbe essere compare Turiddu, comprensivo di cappello da bersagliere con piume di gallo cedrone, che aspira a Lola, la quale invece sta con altri. Ma la sua retorica censoria non è limitata alla Sicilia, ma a tutto l’impianto regionalistico, per lui fonte di clientele e poteri poco chiari, sprechi e prebende. E con questo argomento lui coltiva quello spicchio di opinione pubblica che cerca un capro espiatorio all’immaturità politica italiana.

In parte alcune critiche calendiane sono corrette. Il regionalismo, con sistema di votazione difforme e disgiunto dalle elezioni nazionali, in questi trent’anni è servito più a cacicchi ed ascari locali di partiti nazionali che per far evolvere territori e comunità. Ma questa sua critica ha anche il senso della favoletta di Esopo della volpe e l’uva. Carletto Calenda non ha capacità organizzative ed ha enormi difficoltà nel selezionare classe dirigente locale per un partito che è esclusivamente di opinione, da talk show televisivo o post su X.

Certo è che se il parlamento siciliano fosse pieno di gente di elevato spessore morale, politico e sociale, se esprimesse energie intellettuali, innovazioni legislative a beneficio dei cittadini siciliani, fosse espressione di elevato livello culturale da far invidia a popoli e comunità difficilmente un qualsiasi Calenda potrebbe ambire a demolirlo. Ma ormai in Parlamento non siedono più gli Alessi o i Bonfiglio, i Macaluso, La Torre, Lauricella, Mattarella, Mannino o Nicolosi. Il Parlamento più antico del mondo, la Regione costituzionale precedente alla stessa costituzione italiana è popolata da piccole e non eccelse figure, per garantirne status e statuto. Se poi guardiamo agli ultimi fatti di cronaca politica, in cui si è fatta una figura onestamente miserrima agli occhi del paese, giustifichiamo pure Carletto Calenda nelle sue compulsive esternazioni.

 

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