Carmine Mancuso
Ex poliziotto e politico. Figlio di Lenin.
Alla fine degli anni Sessanta, mentre la mafia ingrassa e si riorganizza, le istituzioni dormono. Apparati di sicurezza distratti, magistratura sonnolenta, politica collusa. Ma nel silenzio generale, due uomini decidono di rompere la complicità dell’omertà: il giudice istruttore Cesare Terranova e il maresciallo Lenin Mancuso.
Da soli, senza coperture, senza scorte, avviano un’indagine tenace che ricostruisce legami, individua nomi, smonta impunità. Si avvalgono perfino della collaborazione di Serafina Battaglia, la prima donna “pentita” di mafia.
I processi che ne scaturiscono sono pionieristici. Per la prima volta si nomina la parola “Cosa nostra” nei tribunali. Per la prima volta si disegna la mappa del potere mafioso.
Ma le sentenze non seguono le indagini. Il sistema giudiziario è lento, opaco, pieno di cavilli e di mani che frenano. Le verità processuali si annacquano. Politici, giornalisti, accademici, persino religiosi preferiscono girarsi dall’altra parte.
Il prezzo di tanta solitudine? Carissimo. Terranova e Mancuso vengono uccisi. Ma il loro sacrificio apre la strada a una nuova coscienza civile, che sfocerà nella stagione degli eroi degli anni Ottanta e Novanta.
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