Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
C’è stato un incontro in Alaska, tra Donald Trump e Vladimir Putin, che molti osservatori hanno frettolosamente definito un fallimento, una passerella vuota, un’occasione mancata. Eppure non è così. Non è vero che nulla sia accaduto, anzi: sono stati compiuti diversi passi avanti. Il problema è che tutti, senza eccezione, vanno in direzione opposta alla decenza, alla civiltà, alla pace.
Putin ha ottenuto ciò che più desiderava: la piena legittimazione internazionale, la certezza di sedere da pari a pari con il presidente degli Stati Uniti, accolto sul suolo americano senza condizioni e senza remore. Trump, dal canto suo, non ha portato a casa neppure un simbolico cessate il fuoco; ma ha offerto, consapevole o meno, ciò che a Mosca serviva davvero: l’accettazione delle condizioni dettate dal Cremlino.
Si profila così un’intesa che non ha nulla di nobile: un’azione congiunta russo-americana volta a esercitare pressioni, minacce e blandizie, affinché l’Europa e l’Ucraina finiscano col piegarsi al bottino di guerra che Putin considera già suo. È un patto che ha il sapore amaro della complicità, e che segna un arretramento storico dell’Occidente rispetto ai suoi stessi valori fondativi.
Trump, in questa scena, appare goffo, quasi patetico: un giocatore di poker che si presenta al tavolo senza carte, senza fiches, incapace persino di fingere un bluff. Putin, al contrario, sorride sornione come chi sa già di aver vinto, come chi vede il proprio avversario svuotato, molle, ridotto a un budino sfatto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’Ucraina dovrà salvarsi da sola, e l’Europa con lei, mentre l’America si ritrae nel ruolo di comprimario subalterno. È un rovesciamento che inquieta, perché mette in questione l’assetto stesso della democrazia occidentale.
E allora, più che un fallimento, il vertice in Alaska è stato un successo per Putin. Un successo indecoroso, che ci ricorda quanto fragile sia la linea di confine tra la politica intesa come difesa di principi universali e la politica ridotta a mercanteggiamento di potere.
È questa la vera lezione che ci resta: un Occidente che arretra, un’Europa che deve imparare a contare soltanto su se stessa, e un mondo che rischia di abituarsi all’idea che la forza possa sostituire la giustizia.
Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.


Commenta con Facebook