Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Se dovessimo identificare quale è il ruolo, la “mission” come
si dice oggi, per la Sicilia di domani nel mondo globale cosa diremmo?
Siamo un’isola capitale del vino? Si possiamo dire che produciamo ottimi
vini, apprezzati in Italia e nel mondo, ma Francia, Piemonte e Toscana hanno un
posizionamento superiore al nostro.
Siamo una piattaforma logistica? Le nostre, dello Stato non
nostre, autorità portuali messe insieme non raggiungono un terzo del volume del
porto di Genova.
Altri possono sostenere che la nostra mission sia il
turismo. In Sicilia il turismo cresce, non moltissimo, un poco, ma cresce,
nonostante le nostre infrastrutture. Ma molte Regioni e città, in Italia e nel
mondo, fanno decisamente molto più di noi.
Certamente non siamo un polo industriale, siamo logistica di
petrolio e raffinazione, ma non governiamo né prezzi né mercato, anzi al limite
abbiamo ricadute ambientali negative. Potremmo essere la Regione più green d’Europa,
ma la Lombardia, Trentino e Puglia, solo in Italia, fanno meglio di noi.
Una volta eravamo il granaio del Paese, anche politicamente,
ora non più, al limite siamo una grana, soprattutto politicamente. Allora in
cosa potremmo distinguerci, eccellere? Essere protagonisti.
Se la Sicilia ha una vocazione questa è solo Mediterranea.
Dovrebbe essere il centro della nostra narrazione e funzione, internazionale e
nazionale. Dovremmo non solo avere una visione politica Mediterranea a palazzo
d’Orleans, ma avere proprio un assessorato dedicato al tema dell’identità
mediterranea. Non dovremmo solo cambiare il nome dei Beni Culturali, ma proprio
la prospettiva. La Cappella Palatina ne è summa teologica, come la Zisa o la
chiesa bizantina fortificata a Casalvecchio Siculo, i templi di Agrigento e
Selinunte, i vigneti di Marsala o le tombe elime. Tutto in noi quello che
sembra autoctono è mediterraneo, come le piante e i monumenti. La nostra
eterogeneità, genetica e culturale, se vista come mediterranea, come culla e
porto, come luogo di scambio, invece di essere un limite all’identità ne
diventa ricchezza e realtà aumentata, nei millenni di Storia. Giorgio La Pira, il
Sindaco Santo, nato a Pozzallo si definiva “un siciliano cittadino del mondo”. Lui
concepiva il Mediterraneo come un lago di Tiberiade, un ponte di pace tra culture
diverse. Oggi è un grande lago di morte e di guerre. Ci sono stati più morti in
mare nel Mediterraneo quest’anno che nei bombardamenti massicci in Iran.
Noi siciliani invece di tirare a sopravvivere, più che a campare,
dovremmo risollevare il vessillo del nostro essere ponte tra culture, la bandiera
mediterranea della nostra identità. Non siamo folclore e ciancianelli, siamo millenni
di pensiero e cultura, oggi in asfissia.
Solo che invece di guardare il nostro ombelico, invece di
cercare la porta dell’Ade, dobbiamo guardare verso il mare, e non dalla mare
verso terra. Noi, noi siciliani, siamo gli unici a poterci chiamare
mediterranei. Noi siamo l’Atlantide del Mare Nostrum, l’Alfa e l’Omega dei
popoli che si affacciano sul mare primogenio. Per cui immediatamente diventiamo
Network, server di un sistema di relazioni internazionali, in primis culturali,
religiose e in ultimo commerciali. Dobbiamo toglierci la sindrome di Sigonella,
che Craxi e La Torre ben capirono, e per questo furono ammazzati o esiliati,
finirla con lo sbarco degli atlantici, e ritornare a parlare la lingua
mediterranea. Rino Nicolosi lo aveva capito bene e guardava a Sud, lì eravamo e
saremmo protagonisti, guardando a Nord siamo inevitabilmente coloni.
Per fare questo ci vogliono investimenti, importanti, ma
abbiamo giacimenti culturali a bizzeffe. Dobbiamo aprire al mondo intero i
nostri parchi e musei, non renderli luoghi asfittici di piccole e miserrime
conservazioni di potere. Paradigmatica è la nostra scelta di non aprire i nostri
musei a curricula stranieri, come ha fatto il Mibac, sempre in ragione di un’Autonomia
che più che speciale è speciosa. Bisogna avere respiro internazionale, parlare
con un linguaggio da statisti, come facevano sia Sturzo che Nicolosi. Bisogna
investire la nostra determinazione a porci al centro della cooperazione mediterranea,
fondere e fondare università dei saperi condivisi, investire in ricerca mediterranea.
Bisogna avere porti nostri, aree di libero scambio, grandi investimenti
condivisi con altri popoli e piattaforme commerciali. Bisogna rischiare senza
tremare, come fece Piersanti Mattarella.
Bisogna uscire dalla nostra gretta meschinità di
sopravvivenza ed alzare la testa. Alcune generazioni forse saranno tagliate
fuori, ma i nostri giovani se ne gioveranno. Saranno uomini nuovi, non più
sicilioti ma siciliani mediterranei.
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