Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Non sono soltanto elezioni, quelle che l’Ungheria celebrerà il 12 aprile. Sono, piuttosto, un referendum mascherato sul destino dell’Europa e sulla fragilità della sua architettura politica. 

A Budapest non si confronteranno semplicemente Viktor Orbán e il suo principale antagonista, Péter Magyar; si misureranno, come in un teatro concentrico, tre visioni del mondo: l’America sovranista, la Russia revisionista e un’Unione Europea esitante, potente nei regolamenti ma debole nella narrazione.

Orbán, al potere da quasi vent’anni, non chiede agli ungheresi un nuovo mandato: chiede protezione. La sua campagna è costruita come un fortilizio, una politica dell’assedio permanente. Guerra o pace, ripete. E la guerra non è quella che si combatte sul suolo ucraino, ma quella che – a suo dire – Bruxelles vorrebbe imporre all’Ungheria trascinandola in un conflitto che non le appartiene. Non Zelensky come alleato, ma come spauracchio; non l’Unione come comunità, ma come impero. È l’Europa, non Mosca, il nemico utile.

Dietro questa architettura della paura si cela una realtà più prosaica e più pericolosa: il patto sociale che aveva garantito a Orbán consenso e stabilità si è incrinato. L’economia non cresce più come prometteva, l’inflazione ha eroso salari e fiducia, le risorse pubbliche non bastano a comprare tempo. Quando il benessere si ritira, la politica autoritaria avanza. La sicurezza diventa l’ultima moneta spendibile.

È in questa crepa che si inserisce Péter Magyar, non un rivoluzionario, ma un disertore. Ed è proprio questa la sua forza. Non parla contro il sistema dall’esterno, ma ne smaschera i meccanismi dall’interno. Non brandisce bandiere ideologiche, evita le guerre culturali, rifiuta il linguaggio morale assoluto. Promette continuità geopolitica – NATO, Unione Europea – e insieme pragmatismo. Non la guerra, non l’isolamento. Soprattutto, indica un altro colpevole: non Bruxelles, ma la corruzione; non l’Europa, ma l’uso privatistico dello Stato.

La sua moderazione è una strategia, non una rinuncia. In un Paese segnato dalla memoria delle invasioni e delle dominazioni esterne, l’istinto di sottrarsi ai conflitti altrui è profondo. Orbán lo sfrutta, Magyar lo rispetta. Nessuno dei due parla di eroismo; entrambi parlano di sopravvivenza. Ma uno lo fa per conservare il potere, l’altro per smontarne l’ingranaggio.

Intorno, le potenze osservano e intervengono. Washington vede in Orbán il prototipo di una democrazia ridisegnata, elettorale ma illiberale, compatibile con un mondo di accordi bilaterali e identità forti. Mosca lo considera un alleato funzionale, capace di rallentare, inceppare, dividere. L’Europa, invece, resta prigioniera dei suoi strumenti tecnici: fondi congelati, procedure, condizionalità. Armi legittime, ma fredde. Inefficaci contro una narrazione che parla alla paura e alla storia.

Il paradosso è tutto qui. L’Unione Europea ha ragione nei principi, ma fatica a trasformarli in racconto. Orbán, al contrario, piega i fatti, ma domina il linguaggio. E nella politica contemporanea il linguaggio precede la realtà.

Qualunque sia l’esito, il voto ungherese lascerà un segno. Una vittoria di Orbán rafforzerà l’idea che l’Europa può essere abitata e sabotata dall’interno. Una vittoria di Magyar aprirà una transizione lunga, incerta, ostacolata da istituzioni costruite per non cambiare. In entrambi i casi, l’Ungheria continuerà a essere uno specchio: non solo di se stessa, ma delle fragilità di un continente che non ha ancora deciso se vuole essere una potenza o restare un regolamento.

E forse è proprio questo, oggi, il vero nodo europeo.

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