Mauro Billetta

Frate Cappuccino parroco di Danisinni a Palermo

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Facciamo fatica a leggere la realtà, quello che ci circonda sovente viene interpretato in modo arbitrario e privo di ogni evidenzia logica. Eppure questo modo di stare nelle questioni è cultura assai diffusa e la realtà continua ad essere letta secondo un piano di superficie.

È così che gli eventi, anche quelli più atroci come il genocidio in corso sulla Striscia di Gaza, diventano l’occasione per disquisizioni iperboliche che danno luogo a schieramenti dove, alla fine, si difende solo il proprio interesse. Il grido degli ultimi del nostro mondo non è ascoltato e la drammaticità della sofferenza altrui non trova risposta emotiva tanto si è abituati a sedare il sentire umano attraverso un click che cambia il canale.

La persona, però, è ben più di un dispositivo elettronico perché ha un mondo interiore che favorisce la capacità riflessiva e l’interazione con il mondo circostante, la compassione e la solidarietà con l’altro. Questa capacità relazionale contraddistingue il genere umano che si evolve durante la sua crescita stando a contatto con il quotidiano.

Assistiamo, però, ad un cortocircuito che sta facendo regredire milioni di persone acquietate dalla comfort zone che la cultura post-moderna offre quale panacea per ogni male. La proposta è semplice e, perciò, terribilmente insidiosa: il senso di tutto è il proprio compiacimento.

Buona parte della società contemporanea si muove secondo questo orizzonte e l’individualismo che cresce a dismisura è l’immediata conseguenza di questa postura esistenziale. Tutto questo fa del principio del piacere il criterio per muoversi ed interagire con il mondo circostante smarrendo il senso umano dell’abitare il mondo.

Quando il fisico Federico Faggin fa riferimento all’amore quale motore dell’universo e senso della capacità generativa dell’esistente si oppone a questo scenario mortifero. Lui da scienziato comprende che tutto è dinamico ed interconnesso e approfondendo chiarisce che l’universo cerca di conoscere se stesso portando all’esistenza ciò che man mano va conoscendo. È interessante sottolineare questa ricerca che trova nell’altro la modalità per conoscere se stessi e l’amore quale forza che spinge ad andare oltre quella che potrebbe essere una stasi autocentrata.

Non è l’economia degli sforzi e cioè la ricerca di quiete a muovere la ricerca di ciò che esiste ma è l’amore il quale permette di conoscersi attraverso l’altro in una ricerca che non è mai del tutto conclusa.

Il Vangelo (Lc 16, 19-31) di questa domenica rivela a chiare lettere questo scenario così controverso. Gesù parla ai farisei e cioè a quei religiosi spettatori della vita che credono di potersi guadagnare il Cielo attraverso un rapporto formale con Dio che, secondo la loro logica, si lascerebbe comprare dalle pratiche cultuali prive di compassione verso i fragili di questo mondo. Loro hanno una visione meritocratica della vita chiusa in una dimostrazione che è tesa ad appagare narcisisticamente se stessi senza lasciarsi scomodare dall’altro.

Il Vangelo puntualmente contesta questo atteggiamento che fa ergere l’umano su di un piedistallo facendogli credere che è come Dio o, ancora di più, che può fare a meno di Lui ergendosi a giudice di tutte le cose.

La parabola raccontata presenta due personaggi antitetici: un ricco che annega nella sua opulenza e un povero che muore di stenti davanti la sua porta. Il banchetto che dovrebbe essere il luogo della convivialità perché si mangia insieme per tessere relazioni e condividere il gusto della vita, di fatto si trasforma in autosufficienza estinguendo il sapore del vivere.

La pagina, dunque, descrive in modo lapidario l’uomo saccente che vive per se stesso con vesti raffinate non curandosi di chi gli sta attorno, in contrasto con il mendicante che sta alla porta  e che per le sue sofferenze muove a compassione perfino i cani tanta è la sua fragilità.

Il ricco non lo vede perché è totalmente assorbito dalla brama di appagare se stesso ed è così che sciupa l’occasione della sua esistenza. Le persone che ci stanno attorno, infatti, costituiscono l’occasione per imparare ad amare ma chi si organizza scegliendo l’indifferenza perde la vista e la capacità di riconoscere e leggere la realtà che gli sta attorno.

L’ingresso in paradiso comincia sulla terra quando si percorre la via della compassione e dell’umile servizio verso il prossimo che già porta il sapore del Cielo.

La sofferenza di Lazzaro, piuttosto, è ascoltata da Dio ed è accolta in Cielo. Gesù ribadirà ai suoi che Lui si identifica con gli ultimi di questo mondo tanto che per incontrarlo è necessario muoversi verso di loro prendendosene cura.

Gesù fa della mensa il luogo della diaconia ed associa lo spezzare il pane con il suo corpo offerto per amore di tutti, espresso nella lavanda dei piedi e cioè nel farsi servo senza escludere nessuno. I farisei lo condanneranno per questo e non ammetteranno il Suo contaminarsi fino a quell’umiliazione, di conseguenza parteciperanno alla condanna a morte secondo il supplizio della croce.

Oggi come allora si continua a condannare alla crocifissione chi denuncia la falsità del potere fondato sull’apparente grandezza. Ancora oggi l’umanità è capace di scelte abominevoli come è il genocidio che si sta consumando sulla Striscia di Gaza e c’è chi si rende complice scegliendo di guardare da un’altra parte ma per diplomatica convenienza.

Eppure negoziare la tregua è responsabilità comune e per questa è necessaria l’ammissione della verità perché fino a quando si continuerà a negare che è in corso uno sterminio pianificato del popolo palestinese si distrarrà la negoziazione cercando scuse per non procedere.

Sappiamo, certo, che i potenti di questo mondo non sono mai stati capaci di generare la Pace, tutt’al più hanno siglato accordi e tregue di convenienza. I piccoli della terra , invece, fanno della verità il senso per affermare la giustizia tra i popoli e per mettersi all’opera al fine di costruire la Pace, quella che non passa per i calcoli di utilità ma per la nobiltà d’animo che ci fa rimanere umani malgrado l’avversario abbia mostrato tutta la sua povertà e ferocia di vita.

Il Vangelo ci ricorda che il Signore ha già scritto in Cielo il nome dei piccoli di questa terra e tanti come Lazzaro stanno attendendo briciole di compassione.

 

 

Luogo: Agorà Fiume di Vita, piazza Danisinni, 1, PALERMO, PALERMO, SICILIA

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