Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Il recente discorso alla nazione pronunciato da Volodymyr Zelensky non è stato soltanto un appello alla resilienza della nazione ucraina: è stato un allarme rivolto all’intero continente.
Le sue parole, nette e prive di orpelli, hanno evocato il rischio di un nuovo 1938 europeo, mentre la capitale Kijv continua a resistere a pressioni sempre più pesanti.
Zelensky ha denunciato l’infamia politica determinata dalle mosse di Donald Trump, che spinge lo Stato ucraino verso un bivio inaccettabile: sacrificare la dignità nazionale oppure rischiare di incrinare l’alleanza con il suo partner chiave. È un aut aut che va oltre la geopolitica e tocca i principi fondamentali del diritto internazionale.
Nel suo intervento, Zelensky ha ricordato le parole pronunciate il giorno dell’insediamento: l’impegno a difendere la sovranità e la libertà del Paese ucraino.
Non un rito, ma un vincolo morale. Oggi, ha annunciato, quel giuramento resta la stella polare che impedisce a questa nazione di accettare una “pace” che sarebbe in realtà una capitolazione.
Il passaggio più rilevante dello speech è rivolto all’Europa. Zelensky parla con lucidità: la terra ucraina rappresenta lo scudo che divide la quotidianità pacifica dell’UE dai progetti imperiali del Cremlino.
Non è un conflitto locale: è il fronte più avanzato di una battaglia globale tra democrazia e autoritarismo.
La storia richiama Monaco ’38: allora si sacrificò un Paese libero nella speranza di evitare la guerra. Oggi, cedere sulla questione ucraina significherebbe ripetere lo stesso errore, con conseguenze potenzialmente ancora più devastanti.
Perché se cade questo Paese, avverte Zelensky, entro dieci anni a combattere potrebbero essere i figli degli europei.
Il presidente rifiuta l’idealizzazione eroica. È vero: il popolo ucraino ha resistito a uno degli eserciti più grandi del mondo, difendendo migliaia di chilometri di fronte, subendo attacchi quotidiani, sorportando perdite immense.
Ma ogni forza, anche quella del ferro, ha un limite.
Ecco perché il suo appello all’Europa è insieme politico e umano: questa società, per quanto coraggiosa, non può combattere all’infinito senza sostegno.
Una parte centrale del discorso è dedicata alla coesione interna: Zelensky chiede al Paese di fermare le liti politiche, di lavorare come uno Stato in guerra che non può permettersi divisioni.
Il nemico, ricorda, punta sulla frammentazione: una Kijv divisa sarebbe una Kijv vulnerabile.
Allo stesso tempo, Zelensky afferma di non essere solo: dietro di lui ci sono milioni di cittadini che hanno scelto la libertà come valore non negoziabile, e che hanno il diritto a una pace dignitosa.
Il presidente conclude con un monito: il futuro dell’ordine internazionale si decide oggi sul suolo ucraino.
Non è un’iperbole: la stabilità dell’Europa passa per la sopravvivenza di questa giovane democrazia.
Se il Vecchio Continente cede alla tentazione di una pace fasulla, rischia di ripetere gli errori compiuti a Monaco, quando la resa morale aprì le porte alla catastrofe.
Il discorso di Zelensky è un atto di trasparenza e insieme un appello disperato ma lucido: lo Stato ucraino non chiede privilegi, chiede memoria, coerenza, sostegno.
Chiede all’Europa di restare fedele ai propri valori.
Perché il destino della capitale Kijv – e dell’intera democrazia continentale – si gioca ora. E non ci sarà una seconda occasione per correggere gli errori di un’altra Monaco.
Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.


Commenta con Facebook