Angelo Romano è uno di quegli artisti per cui l’idea di percorso sembra quasi più importante di quella di approdo. Siciliano, partito molto giovane e rimasto per circa quindici anni tra Berlino, Paesi Bassi e Barcellona, oggi è tornato stabilmente a Palermo, portandosi dietro una geografia personale fatta di lingue, città, incontri e trasformazioni.
Il suo nuovo singolo, “Zig Zag Žižek”, nato e registrato a Berlino e pubblicato l’11 settembre per Believe Music Italy, apre una nuova fase del suo percorso: dopo l’esperienza in italiano de La Repubblica del Bilocale, Romano torna all’inglese e a un universo più vicino al rock, all’indie e al lo-fi. Il riferimento a Slavoj Žižek diventa l’ennesimo pretesto per giocare con linguaggi, identità e livelli di lettura, mentre il videoclip di Michael Klich trasforma il filosofo sloveno in una maschera condivisa da diversi artisti della scena berlinese.
Alle spalle del singolo c’è però qualcosa di più ampio: The Dog Is Dead, album di inediti atteso nel 2027, nel quale Romano sembra voler riunire alcune delle diverse anime attraversate negli anni senza cercare di ricomporle in una formula definitiva. Una conversazione sul ritorno, sulla Sicilia vista da lontano, sulle identità che cambiano e sulla necessità di lasciare sempre una parte della propria musica indecifrabile.
“Zig Zag Žižek” è nato a Berlino, mentre oggi vivi nuovamente a Palermo dopo molti anni trascorsi tra diversi Paesi. Quanto il continuo spostarti ha cambiato il tuo modo di scrivere e, soprattutto, il tuo modo di sentirti a casa?
Intanto buongiorno e grazie per l’intervista! Premesso che ormai sono rientrato in pianta stabile in Sicilia da oltre tre anni, è tuttavia vero che il mio peregrinare tra vari posti e culture ha avuto un impatto non indifferente su di me come persona e, come conseguenza, sul mio modo di scrivere e intendere la vita. Oggi ho sicuramente uno sguardo diverso, forse più cosmopolita o semplicemente figlio della varietà di esperienze pregresse, e da un lato lo vivo come un arricchimento personale, dall’altro mi fa anche pensare a cosa la nostra Sicilia potrebbe essere se solo sfruttasse a pieno il suo immenso potenziale.
Sei partito dalla Sicilia molto giovane e hai vissuto tra Toscana, Canada, Olanda, Germania e Spagna, per poi tornarci. Oggi, guardando quella Sicilia da una prospettiva inevitabilmente diversa, c’è qualcosa che hai capito del luogo da cui vieni proprio grazie alla distanza?
Ho sicuramente imparato a vederla con occhi diversi. Ho imparato a mettere da parte l’orgoglio personale di siciliano e a non prendere per normale ciò che normale non è, sia a livello positivo che non, imparando ad apprezzarne cultura, lingua e storia e, d’altro canto, a distinguere e “incazzarmi” per tutto ciò che non funziona e che magari prima prendevo come parte della normalità nostrana, se non addirittura come “folklore”.
Negli ultimi anni sembra esserci una presenza particolarmente forte di artisti siciliani nella musica indipendente, da te a Marco Castello e a molte altre realtà. Pensi che si possa parlare di una scena siciliana vera e propria, oppure è più interessante osservare come artisti provenienti dalla stessa isola stiano elaborando identità completamente diverse?
È una cosa che da siciliano mi inorgoglisce. Tornando a quello che dicevo prima, credo che la ricchezza culturale e storica della Sicilia da sola già agisca da humus naturale per il rinnovamento culturale attraverso le arti. Però non so se sia corretto generalizzarla come “scena siciliana”: le differenze, stilistiche e di linguaggio, ci sono eccome. Anche se, d’altro canto, c’è sicuramente una motivazione di fondo che, malgrado una certa carenza di spazi artistici e di crescita chiari e visibili, riesce comunque a creare le condizioni giuste, questo sì.
Nel tuo percorso hai cambiato lingua, città, musicisti e persino coordinate sonore, passando dall’elettronica al cantautorato, dal folk al punk e ora verso un album più rock e indie. Che cosa deve necessariamente rimanere uguale perché, nonostante tutti questi cambiamenti, una canzone possa ancora dirsi “tua”?
Beh, come artista puoi cambiare il linguaggio, lo stile, l’approccio compositivo o anche il modo di confrontarsi col pubblico, ma i valori di fondo alla fine rimangono sempre quelli. Al netto dell’esperienza elettronica con Bald Chewbacca, il mio progetto cantautorale ha sicuramente una comunanza di tematiche e di stili – i giochi di parole, un approccio che pesca a piene mani da surrealismo e situazionismo, un tentativo di non essere mai banale nella proposta artistica – che forse rappresentano nei fatti la cifra identificativa delle canzoni “mie”.
“Zig Zag Žižek” prende una figura filosofica e la trasforma in qualcosa di ironico, rock e quasi psichedelico, mentre hai anticipato che The Dog Is Dead sarà un disco molto vario e con testi più astratti e lisergici. Quanto ti interessa ancora che una canzone venga capita e quanto, invece, ti affascina l’idea di lasciare l’ascoltatore dentro qualcosa che non riesce a decifrare completamente?
Uno dei miei tanti riferimenti artistici (ma ne potrei citare altri) è Franco Battiato, i cui testi sono tutt’altro che “dritti” (eufemismo!). E mi permetto di dire che uno dei motivi del fascino delle sue canzoni è dato proprio da quella sensazione di “sintomatico mistero”, il non sapere cosa aspettarti dalle sue musiche e dai suoi testi. Ho sempre adorato giocare con le parole e con i vari linguaggi dell’arte, per poi mischiarli e magari tirarne fuori qualcosa di mio. E poi in questo momento storico credo ci sia assoluto bisogno di uscire dalla banalità del “tutto uguale”, della musica fatta con l’AI, delle canzonette trite e ritrite. Il successo vero di una canzone alla fine non lo conti negli ascolti su Spotify, ma se quella canzone ti resta in testa e se ti chiede di essere riascoltata mesi dopo.
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