Il voto con cui una parte delle opposizioni ha scelto di non sostenere l’istituzione di una giornata dedicata a Enzo Tortora riporta al centro una questione che va ben oltre la cronaca parlamentare: il difficile rapporto della politica italiana con la cultura delle garanzie. A quasi quarant’anni dalla conclusione di una delle più clamorose vicende di malagiustizia della storia repubblicana, il caso Tortora continua a interrogare le istituzioni e l’opinione pubblica sul significato autentico dello Stato di diritto.

La memoria del noto presentatore non dovrebbe essere oggetto di contrapposizione politica. La sua storia costituisce un monito permanente sui rischi derivanti da errori investigativi, dall’abuso della custodia cautelare e dalla violazione della presunzione di innocenza. Ricordare Enzo Tortora significa riaffermare il valore delle garanzie costituzionali e ribadire che la giustizia deve sempre coniugare l’efficacia dell’azione penale con la tutela dei diritti della persona.


In questo contesto, le parole di Gaia Tortora esprimono un disagio che merita attenzione. Quando una ricorrenza destinata a ricordare una delle pagine più dolorose della giustizia italiana incontra resistenze o distinguo di natura politica, il rischio è quello di smarrire il significato più profondo dell’iniziativa. Le questioni procedurali possono certamente essere oggetto di confronto parlamentare, ma non dovrebbero oscurare il valore civile di una commemorazione che riguarda l’intero Paese.

Ancora più preoccupante sarebbe trasformare il garantismo in un patrimonio esclusivo di uno schieramento. Le lezioni consegnate dal caso Tortora impongono invece una riflessione condivisa, senza arretramenti culturali e senza cedere alla tentazione di delegare ad altri la difesa delle libertà fondamentali. Consegnare questo terreno esclusivamente alla destra, compresa quella che spesso ha fatto ricorso a una retorica fortemente populista, rappresenterebbe un errore politico e culturale. La salvaguardia delle garanzie processuali non può essere monopolizzata da alcuna forza politica, perché appartiene ai principi fondamentali della Costituzione e costituisce una conquista di tutti i cittadini.


Per questo motivo, il garantismo non dovrebbe essere interpretato come una posizione ideologica, bensì come il presupposto indispensabile di una democrazia matura. Difendere il diritto a un processo equo, il rispetto della dignità dell’imputato e la presunzione di innocenza significa tutelare ogni persona, indipendentemente dalle appartenenze politiche o dalle circostanze del momento.

L’auspicio è che il Parlamento riesca, in futuro, a sottrarre temi di questa portata alla logica dello scontro tra maggioranza e opposizione. La vicenda di Enzo Tortora continua a ricordare che gli errori della giustizia possono colpire chiunque e che proprio per questo la difesa delle garanzie costituzionali dovrebbe rappresentare un punto di incontro, non un motivo di divisione.

Calogero Jonathan Amato

Dirigente Regionale PSI Sicilia

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