Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende oggi ricordare la figura di Gaetano Guarino, assassinato dalla mafia il 16 maggio 1946 a Favara, in provincia di Agrigento, non soltanto come vittima della violenza mafiosa, ma soprattutto come esempio di una forma di impegno civile che continua a interrogare profondamente la coscienza educativa e democratica del nostro Paese. A differenza di molte figure istituzionali divenute simbolo della lotta alla mafia negli anni successivi, Guarino appartiene a una stagione storica in cui l’opposizione ai poteri criminali non assumeva ancora i contorni di una battaglia pubblicamente riconosciuta, sostenuta o protetta dallo Stato. La sua esperienza umana e politica appare per questo ancora più significativa: egli non fu un magistrato, né un uomo delle istituzioni centrali, ma un sindaco di provincia, un farmacista, un cittadino che trasformò la propria professione e il proprio mandato amministrativo in strumenti concreti di giustizia sociale.


La vicenda di Guarino ci obbliga ancora oggi a riflettere su un aspetto spesso trascurato nella memoria collettiva delle vittime di mafia: il rapporto tra povertà, disuguaglianza sociale e potere criminale. La mafia non colpì soltanto un avversario politico, ma un uomo che stava tentando di modificare gli equilibri economici e sociali di un territorio dominato dal privilegio e dalla subordinazione dei più deboli. È proprio questa dimensione sociale della sua azione a renderlo una figura di straordinaria attualità educativa. Guarino comprese che la dignità umana non può essere separata dall’accesso ai diritti fondamentali, dal lavoro, dalla salute e dalla possibilità per gli ultimi di partecipare pienamente alla vita democratica.


Gaetano Guarino, noto come “l’omu priziusu” (“l’uomo prezioso”), ricevette questo appellativo per la sua generosità verso i poveri, ai quali donava gratuitamente medicinali, e per il suo impegno a favore dell’assegnazione delle terre incolte ai contadini. Nato in una famiglia siciliana di umili origini, aveva un padre ebanista e una madre casalinga. Quest’ultima era figlia di don Stefano Dulcetta, figura autorevole e stimata dalla quale Gaetano ereditò il secondo cognome, che amava utilizzare con orgoglio. Dopo aver conseguito la maturità classica, si laureò in Farmacia a Palermo nel 1928. In quegli anni iniziò a collaborare clandestinamente con il giornale socialista “L’Avanti!”.

Dopo un’esperienza lavorativa a Burgio, rientrò a Favara per gestire la propria farmacia. Durante il periodo fascista risultò iscritto al Partito Nazionale Fascista, probabilmente per ragioni legate all’esercizio della professione; tuttavia, la sua autentica vocazione politica emerse nel 1943, quando aderì al Partito Socialista. Dopo una prima esperienza come sindaco nominato dal prefetto tra il 1944 e il 1945, interrotta dalle dimissioni della componente democristiana, trionfò alle elezioni del marzo 1946 ottenendo quasi il 60% dei consensi.


Il suo programma politico risultava estremamente innovativo e coraggioso per l’epoca: Guarino si schierò apertamente dalla parte dei contadini poveri contro il potere dei latifondisti, sostenendo l’applicazione delle riforme che prevedevano l’assegnazione delle terre incolte alle cooperative agricole. Questa sfida ai “baroni” e al sistema di sfruttamento locale gli costò la vita: il 16 maggio 1946, appena due mesi dopo la sua elezione, fu assassinato dalla mafia con un colpo di lupara.

Sebbene il coinvolgimento degli ambienti mafiosi apparisse evidente, il delitto fu immediatamente avvolto da un clima di omertà. Persino il quotidiano “L’Avanti!”, che in un primo momento aveva attribuito l’omicidio ai neofascisti, fu successivamente costretto a rivedere la propria interpretazione. Nonostante l’identità dei possibili esecutori e mandanti fosse ritenuta nota nell’opinione pubblica locale, la giustizia non portò ad alcun arresto. Questo clima di impunità spinse la moglie e il figlio di Guarino ad abbandonare definitivamente Favara e l’Italia, trasferendosi a Parigi in segno di profondo dolore e indignazione. Nel corso degli anni sono emerse anche ipotesi alternative sul delitto, tra cui quella che chiamerebbe in causa il PCI per presunti timori legati a rivelazioni sul mercato nero; tuttavia, tali ricostruzioni vengono generalmente considerate poco credibili e spesso interpretate come tentativi di depistaggio da parte di ambienti collusi.


Raccontare oggi ai nostri studenti la storia di Gaetano Guarino significa educare alla responsabilità civile, al valore della coerenza morale e alla consapevolezza che la difesa dei diritti umani passa anche attraverso le scelte quotidiane di chi decide di non piegarsi alle logiche del privilegio, della paura e dell’omertà. La sua vicenda dimostra come la mafia tema soprattutto coloro che cercano di restituire dignità agli ultimi e di trasformare la politica in autentico servizio alla comunità.

Per questo motivo il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone di sviluppare nelle scuole un percorso educativo innovativo che superi le tradizionali commemorazioni delle vittime di mafia, spesso concentrate esclusivamente sulla dimensione giudiziaria o sull’eroismo individuale. Nel caso di Gaetano Guarino appare invece fondamentale guidare gli studenti verso una riflessione critica sul rapporto tra diritti sociali negati e radicamento del potere mafioso, aiutandoli a comprendere come la povertà, l’assenza di servizi, la dipendenza economica e il clientelismo possano trasformarsi in strumenti di controllo sociale.


L’esperienza didattica potrebbe così diventare un laboratorio permanente di cittadinanza attiva, nel quale gli studenti siano chiamati non soltanto a ricostruire la biografia di Guarino, ma anche a confrontare il contesto della Favara del dopoguerra con le odierne forme di marginalità sociale, sfruttamento lavorativo e povertà educativa presenti nei territori contemporanei. In tal modo la memoria storica cesserebbe di essere una semplice celebrazione rituale per diventare uno strumento concreto di interpretazione critica del presente.

La figura di Guarino consente inoltre di introdurre una riflessione pedagogica raramente approfondita nei percorsi scolastici dedicati alle vittime di mafia: il valore etico della cura. Egli non esercitava soltanto un ruolo politico, ma svolgeva quotidianamente una funzione sociale concreta attraverso la sua professione di farmacista, mettendo gratuitamente a disposizione medicinali e assistenza per i più fragili. Educare gli studenti alla memoria di Guarino significa allora mostrare come la lotta alle mafie possa passare anche attraverso i gesti quotidiani di solidarietà, la difesa della salute pubblica, l’attenzione verso chi vive condizioni di marginalità e la costruzione di relazioni umane fondate sulla fiducia e sulla giustizia sociale.


La sua testimonianza rappresenta ancora oggi un modello pedagogico di straordinaria modernità, capace di insegnare alle nuove generazioni che la legalità non può essere ridotta a un insieme di norme astratte, ma deve tradursi nella pratica quotidiana della dignità, della responsabilità e della partecipazione democratica.

prof.ssa Giovanna De Lucia Lumeno, CNDDU

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